Disperazione globale e anno nuovo

È proprio in un tempo disperato, apparentemente senza speranza, che l’Evangelo suggerisce la strada della speranza come esercizio di immaginazione e di creatività

 

La fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo è sempre l’occasione, forse un po’ ingenua, per tentare un bilancio ed esprimere qualche speranza o, quanto meno, qualche buon proposito. Sul piano personale e famigliare, come sempre accade, ciascuno avrà vissuto i suoi momenti di gioia e di sconforto, ma questa è la dinamica della vita. Ora, per un istante, vogliamo soffermarci su alcune considerazioni di carattere più generale.

Il 2025 è stato l’anno delle guerre. Lo afferma la Bbc, citando circa cinquanta conflitti, a diversa intensità: dal Sudan al Sud-Est Asiatico fino ai Caraibi. Le vittime, stimate per difetto, sono state oltre 240.000. Una persona su quattro nel mondo è stata in qualche modo sfiorata da un conflitto.

 

Su tutti, ovviamente, svetta il conflitto in Ucraina che, dal 24 febbraio 2022, la giornata dell’invasione da parte delle forze armate di Mosca, avrebbe già causato oltre 500.000 vittime. I dati sono ovviamente da prendere con grande prudenza, ma sono quelli che la Bbc e altri osservatori internazionali giudicano più attendibili: 160.000 le vittime di Kiev, oltre 350.000 quelle di Mosca, con un’escalation del 40% negli ultimi mesi. Putin ha fretta di conquistare quanti più territori possibile prima di arrivare al tavolo negoziale vero, quello che, a oggi, nonostante trionfalistici proclami e annunci di tregua, non si è ancora aperto. E a pagare questo maggiore sforzo bellico sono, come sempre, i giovani militari strappati dalle case, dalle famiglie, dal lavoro e dallo studio nel nome dello sforzo nazionalistico e patriottico.

 

Quanto all’altra guerra che si è combattuta tra Israele e i palestinesi di Gaza, siamo di fronte a una tregua, ma, per dirla con Svetonio, «hanno fatto un deserto e lo chiamano pace». La Striscia è un cumulo di macerie e, quel che è peggio, proseguono attacchi mirati su specifici obiettivi. Nel frattempo, però, gruppi armati di ebrei fondamentalisti minacciano palestinesi della Cisgiordania con il dichiarato obiettivo di impossessarsi delle loro terre. Un’azione illegale e condannata dalla comunità internazionale, ma tollerata, se non coperta, dal governo israeliano.

 

Il 2025 è stato un brutto anno anche per la democrazia. Negli ultimi anni il numero di governi democratici nel mondo è costantemente diminuito, segnando un trend preoccupante a livello globale: un terzo dei Paesi si regge su sistemi autoritari. Nel 20% dei paesi in cui si svolgono elezioni, inoltre, si registra un netto calo dei partecipanti. Ma anche in Paesi di lunga tradizione democratica, come gli Stati Uniti, si colgono i segnali di torsioni autoritarie, come dimostra l’insofferenza dell’Amministrazione Trump nei confronti degli altri poteri dello Stato che dovrebbero bilanciare quello esecutivo: il Congresso e la magistratura. O nei confronti della stampa di opposizione. Il problema non è solo statunitense: negli ultimi cinque anni, infatti, circa l’85% della popolazione mondiale ha subito un calo della libertà di stampa nel proprio Paese. Anche in Paesi con una lunga tradizione di salvaguardia del giornalismo libero, le trasformazioni finanziarie e tecnologiche hanno costretto i notiziari, soprattutto quelli che servono le comunità locali, a chiudere. Ormai anche l’informazione è un business e sembra non rispondere più alle regole della deontologia professionale e della ricerca della verità, ma a quelle del mercato e, quindi, per conquistare posizioni di favore del potere politico.

 

Non va meglio sul piano dei diritti civili e della libertà di pensiero e di coscienza. Nel suo rapporto del 2025 Amnesty denuncia il moltiplicarsi di violazione dei diritti, citando gli spari contro gli studenti che protestano in Bangladesh, gli attacchi razzisti contro i Rohingya in Myanmar, la catastrofe della Cop30 sul clima con le sue ricadute sui diritti di intere popolazioni indigene che subiscono gli effetti del surriscaldamento globale. E ancora, le ulteriori limitazioni introdotte in Afghanistan contro le donne; la criminalizzazione delle relazioni omosessuali in Malawi, Mali e Uganda; la repressione della cosiddetta “propaganda Lgbt” in Bulgaria, Russia e Georgia.

 

Ci è difficile credere che con il 2026, quasi d’incanto, tutti questi problemi svaniranno, che vincerà la pace, trionferà la giustizia e ovunque saranno riconosciuti i diritti umani. Sappiamo che così non sarà, ma il senso di un bilancio è proprio qui: nello sforzo di capire che cosa possiamo fare, ciascuno e ciascuna di noi, per migliorare il bilancio sociale degli anni della nostra vita. Ne scrive il teologo Brunetto Salvarani, in un libro recente intitolato Speranza, la cosa difficile, edito dalle Paoline. È proprio in un tempo disperato, apparentemente senza speranza, che l’Evangelo suggerisce la strada della speranza come esercizio di immaginazione e di creatività, come fiducia nel futuro, come profezia di qualcosa di nuovo che noi possiamo cominciare a immaginare e a costruire. Anche su temi enormi come la pace, la democrazia, i diritti umani. In questo spirito e con questa intenzione ha ancora senso dire “auguri per il nuovo anno”!

 

 

La rubrica «Essere chiesa insieme» a cura di Paolo Naso è andata in onda domenica 4 gennaio durante il «Culto evangelico», trasmissione (e rubrica del Giornale Radio) di Rai Radio1 a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Per il podcast e il riascolto online ci si può collegare al sito www.raiplayradio.it