Corridoi umanitari e migrazioni, un racconto che cambia
Come viene trattata dai media la condizione di chi deve spostarsi nel mondo? Dietro ogni notizia ci sono delle persone, e di queste persone bisogna rispettare la storia e l’individualità
«È la logica della “spettacolarizzazione del confine” (border spectacle), basata sull’illegalizzazione di persone – che non sono illegali in sé, ma vengono rese illegali da apparati burocratico-legislativi e dalla costruzione mediatica dell’illegalità anche attraverso la loro rappresentazione fotografica fortemente connotata in senso negativo […]. E per questo continuano ad essere rappresentati cosí: perché fa comodo che siano un simbolo di ciò che temiamo, di ciò che non vogliamo includere», così scrivono Marco Aime e Federico Faloppa nel libro I morti degli altri. A voler tracciare un bilancio della rappresentazione mediatica delle migrazioni e dei suoi protagonisti nel corso degli ultimi anni, prevale una cornice che privilegia numeri, emergenze e controversialità politica più che le storie delle persone. Notizie senza volto (titolo del XIII Rapporto Carta di Roma) appunto che lasciano le persone sullo sfondo, come se quelle persone «esistessero in forza dei numeri, non dei loro volti e delle loro storie», come afferma il giornalista Nello Scavo.
In un anno segnato da guerre e crisi umanitarie, tra le parole più distintive del 2025 spiccano “Israele” e “Gaza”, strettamente legate alle notizie sugli sfollati palestinesi, sugli attacchi ai campi profughi e alle file per gli aiuti alimentari, sulle iniziative di supporto alla popolazione e infine sul raggiungimento di una parziale tregua tra Israele e Hamas. Il lessico rivela dunque una forte permeabilità tra il discorso sulle migrazioni e quello sulle crisi umanitarie globali. Allo stesso tempo, assumono rilevanza anche i termini collegati alle politiche italiane: il cosiddetto “modello Albania”, i “centri” di detenzione, il “rimpatrio”, i “giudici” – attori chiamati in causa nelle controversie giuridiche riguardanti i trasferimenti forzati – e parole che richiamano il confronto politico, tra cui “Libia” (71) e “Almasri” (51).
Eppure, nonostante la persistenza di temi e toni emergenziali associati alle migrazioni, nel corso del 2025, la comunicazione sui corridoi umanitari e universitari allarga lo sguardo della narrazione alle persone e alla loro speranza di un futuro. I corridoi umanitari, che hanno consentito, dal 2015 a oggi – attraverso una collaborazione tra istituzioni pubbliche e organizzazioni della società civile di ispirazione religiosa, tra le quali la Comunità di Sant’Egidio, la Caritas Italiana, la Tavola valdese e la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) – l’ingresso legale e sicuro di oltre 4.000 persone migranti in situazioni di vulnerabilità, sono stati presenti, per la prima volta in anni di rilevazione nell’agenda dei notiziari di prima serata e nelle pagine dei social media. Oltre 30 servizi nei notiziari di prima serata e 1.412 post su Facebook (da gennaio a ottobre 2025) con toni adottati generalmente sobri e rispettosi e con una particolare attenzione alla tutela delle persone beneficiarie e alla centralità dell’azione collettiva piuttosto che alla spettacolarizzazione delle storie individuali.
A differenza di altre questioni legate alle migrazioni, dunque, il tema dei corridoi umanitari e universitari si configura come ampiamente condiviso, in grado di unire eventuali divergenze e superare conflittualità. Nel complesso, l’analisi restituisce l’immagine dei corridoi umanitari come di un dispositivo non solo operativo, ma anche simbolico e comunicativo, capace di costruire uno spazio discorsivo trasversale e non conflittuale. «All’interno dell’ecosistema mediale – afferma Giuseppe Milazzo, ricercatore dell’Osservatorio di Pavia e curatore del Rapporto – i corridoi umanitari rappresentano una rara eccezione rispetto alle narrazioni polarizzanti sulle migrazioni, contribuendo alla produzione di rappresentazioni fondate su principi di legittimità etica, protezione delle persone e possibilità di immaginare risposte condivise alle crisi umanitarie contemporanee».
Paola Barretta è la portavoce di Carta di Roma