Hiroshima, non solo orrore ma tanta umanità
Una bambina salvata dalle macerie di Hiroshima è diventata una donna capace di incontrare il dolore dell’altro e di scegliere il perdono. Il 29 ottobre scorso la sua storia ha raggiunto Milano, quando la signora Koko Tanimoto Kondo ha incontrato tanti ragazzi e ragazze al Teatro Pime di Milano, nella serata promossa dalla Comunità di Sant’Egidio. L’iniziativa, organizzata dai Giovani per la Pace in collaborazione con il Forum delle Religioni a Milano, il Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano e il PIME, si inseriva nel quarantesimo anniversario dello storico incontro interreligioso di Assisi del 1986. Koko arrivava proprio da Assisi, dove aveva partecipato, dal 25 al 27 ottobre, al meeting internazionale «Pace disarmata e disarmante». Ai giovani milanesi ha consegnato una memoria che chiede di diventare responsabilità: fermare le guerre, contrastare l’odio, costruire un futuro libero dalla minaccia atomica.
Il 6 agosto 1945, alle 8.15, Koko aveva appena otto mesi. Suo padre, Kiyoshi Tanimoto, era il pastore metodista della chiesa di Nagarekawa, situata a circa ottocento metri dall’ipocentro dell’esplosione. Quel mattino si trovava sulle colline di Koi, dove stava aiutando a mettere al sicuro alcuni beni. Koko era invece con la madre Chisa nella casa pastorale, poco più di un chilometro dall’ipocentro.
Il tetto crollò e madre e figlia rimasero sepolte. La piccola era sotto il corpo della mamma, che la proteggeva mentre il peso delle macerie le immobilizzava. È una storia che Koko ha potuto conoscere attraverso il racconto materno: troppo piccola per conservare il ricordo dell’esplosione.
Chisa riuscì a muoversi lentamente e ad aprire un piccolo varco fra le macerie della casa. Fece passare prima la bambina e poi si trascinò fuori anche lei. Intorno, il paesaggio familiare era scomparso tra distruzione e incendi. La chiesa era devastata. Nel racconto portato a Milano, la perdita della comunità assume una misura terribile: circa l’ottanta per cento dei suoi membri morì a causa del bombardamento.
Tanimoto si precipitò verso la città per cercare la moglie e la figlia. Le ritrovò vive. Come ha raccontato Koko, per tutta la vita il pastore si portò dentro il senso di colpa per non aver soccorso le tante persone ferite che incontrò lungo il cammino mentre correva dalla sua famiglia, fino a ricordare nel suo ultimo sermone quello che considerava un fallimento pastorale. La figlia lo incoraggiò dicendogli che proprio quel gesto d’amore per la sua famiglia era diventato la molla per continuare ad amare e a soccorrere chi aveva bisogno di lui. Nei giorni successivi cercò cibo, ripari e cure per i superstiti e diede sepoltura ai morti. Quel servizio sarebbe diventato il compito della sua vita. La sua vicenda è una delle sei storie raccolte da John Hersey nel libro Hiroshima, che contribuì a far conoscere al mondo ciò che la bomba aveva provocato nelle vite delle persone. Koko mostra il libro con la dedica in cui, racconta, l’autore si scusa per aver scritto erroneamente che lei era un bambino. Divertita, afferma: “Per quarant’anni sono stata un ragazzo”. Ride, con gli occhi pieni di gioia di vivere.
Il ministero di Tanimoto proseguì accanto agli orfani, ai feriti, alle ragazze e ai ragazzi segnati nel corpo e nella fiducia. La chiesa divenne un luogo a cui rivolgersi per trovare aiuto. Con Norman Cousins promosse il progetto delle “Hiroshima Maidens”: nel 1955 venticinque giovani donne gravemente sfigurate dalle ustioni raggiunsero gli Stati Uniti per ricevere interventi di chirurgia ricostruttiva. Si trattava di offrire cure e possibilità di vita a persone che la guerra aveva ferito e che il pregiudizio rischiava di isolare ancora.
Koko crebbe in mezzo a quelle presenze. Le ragazze la trattavano come una sorellina. In una delle sue testimonianze ha ricordato una giovane che le pettinava con dolcezza i capelli: soltanto allora si accorse che aveva le dita saldate dalle ustioni. Per lei Hiroshima aveva quei volti, quei gesti affettuosi, quelle sofferenze quotidiane. E davanti a tanto dolore maturava una rabbia che le parole del padre sull’amore e sul perdono non riuscivano, da sole, a sciogliere.
Poi venne l’incontro che avrebbe cambiato il suo sguardo. Nel 1955, a dieci anni, Koko si trovò con la famiglia negli Stati Uniti, durante la trasmissione televisiva This Is Your Life dedicata al padre. Tra gli ospiti comparve Robert Lewis, il copilota dell’Enola Gay, il bombardiere che aveva sganciato la bomba su Hiroshima.
Aveva immaginato gli uomini di quell’aereo come mostri e aveva desiderato vendicarsi. Davanti a lei, invece, c’era un uomo che si commuoveva. Lewis ricordò la domanda annotata dopo aver visto la distruzione: «Mio Dio, che cosa abbiamo fatto?». Koko vide le sue lacrime e riconobbe una persona capace di soffrire. Si avvicinò e gli prese la mano.
In quel gesto cominciò a liberarsi dall’odio. Il perdono lasciava intatta la gravità di ciò che era accaduto e le permetteva di riconoscere l’umanità di chi aveva sempre immaginato soltanto come un nemico. Da allora il suo impegno avrebbe avuto una direzione precisa: opporsi alla guerra e lavorare perché nessun’altra città, nessun’altra famiglia, conoscesse Hiroshima.
Il cammino successivo conobbe anche il desiderio di allontanarsi da quel passato. Koko studiò negli Stati Uniti e affrontò il pregiudizio che colpiva gli hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici. Un primo progetto di matrimonio si interruppe per il timore, nella famiglia del fidanzato, delle conseguenze dell’esposizione alle radiazioni. Anche il suo rapporto con la fede attraversò una crisi.
Quando sposò un documentarista ateo, pensava di costruire una vita lontana dal ministero paterno. Ma, dopo il ritorno a Hiroshima e l’incontro con Tanimoto, suo marito divenne cristiano e poi pastore. È un passaggio che Koko racconta anche con umorismo. Lei stessa avrebbe ripreso, con una voce propria, il lavoro per la pace e l’accoglienza dei bambini.
Durante la serata al Pime ho avuto il privilegio, come pastore evangelista della Chiesa battista, di rivolgerle il saluto ufficiale a nome del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano. Ho voluto esprimere la gratitudine delle nostre chiese per una testimonianza che tiene insieme la memoria delle vittime e il coraggio della riconciliazione. Richiamando le parole di Gesù, «Beati quelli che si adoperano per la pace», ho sottolineato la responsabilità di trasmettere questa memoria alle nuove generazioni e di tradurla nell’impegno comune per la dignità umana e il disarmo nucleare.
Accanto a me, Maria Regina Seigen ha portato il saluto del Forum delle Religioni a Milano. La nostra presenza comune esprimeva il valore del dialogo tra le fedi: conoscersi, ascoltarsi e collaborare rende possibile un impegno condiviso per fermare ogni guerra.
Ad Assisi, pochi giorni prima, Koko aveva rivolto ai giovani un appello che dà senso anche all’incontro milanese: «Dove noi adulti abbiamo fallito, vi prego, non arrendetevi». È la richiesta di una donna che conosce quanto a lungo una guerra continui a ferire dopo la fine dei bombardamenti. Ai tanti ragazzi e ragazze di Milano presenti e visibilmente commossi, ha affidato la possibilità di fare una scelta diversa.
Ascoltarla ci ha mostrato ancora una volta quanto sia strano e contraddittorio l’essere umano: capace degli orrori più grandi e, insieme, di custodire un amore divino.
Ci interroga l’ambivalenza spregiudicata di nazioni da cui arrivano bombe e missionari, pastori e soldati, aiuti umanitari e pallottole, secondo uno schema che troppo spesso relega la fede al ruolo di crocerossina, se non addirittura di apripista complice del colonialismo.
Andando via, riflettevo ad alta voce con gli amici buddhisti e cattolici, su queste ambiguità e ci siamo detti che il perdono evangelico è una grande cosa, ma che sarebbe molto meglio prevenire certe indicibili ed evitabili catastrofi.
Questo è il nostro impegno: predicare un messaggio che condanni ogni violenza e mai la giustifichi, che smascheri il peccato, anche quello ipocrita e religioso, che mobiliti le persone nel contrasto alle guerre e impedendone di nuove, contrastando anzitutto la folle corsa al riarmo.
Vogliamo custodire le persone, rispettare le culture e la libertà di ciascuno, cercare il dialogo anche quando sembra difficile e chiedere con ogni perseveranza l’abolizione delle armi nucleari.