Le migrazioni nell’anno del nuovo Patto europeo sull’asilo
Presentati dati e analisi del Dossier Statistico Immigrazione 2026 di IDOS
Si è tenuta ieri presso il Teatro Orione a Roma la presentazione del 36° Dossier Statistico Immigrazione a cura di IDOS, realizzato in collaborazione con il Centro Studi e rivista Confronti, e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, grazie al sostegno dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese.
«La presentazione di oggi è un incoraggiamento per le battaglie di civiltà che stiamo conducendo», ha introdotto Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, che ha continuato: «L’ultimo inganno è quello che ha portato al Patto europeo su migrazione asilo, diventato operativo lo scorso giugno, dopo ben 10 anni passati a studiare come disinnescare, aggirandolo, il principio di non respingimento, e dopo aver sperimentato le misure escogitate in alcuni Stati membri di frontiera nei quali il livello di vigilanza democratica e di applicazione dei diritti umani ai migranti fosse già al minimo, così da assicurarsi il più alto grado possibile di non rigetto. E quindi, in maniera privilegiata in Italia, un Paese in cui 30 anni di ininterrotta propaganda di odio xenofobo aveva perfettamente preparato il terreno». Di Sciullo ha aggiunto: «Basandosi soprattutto sull’inganno che tutto sorregge: la finzione di non ingresso. Non è bastato, infatti, che le frontiere venissero esternalizzate, trasferite più in là, per darle codardamente in gestione onerosa a Paesi terzi che le sbarrassero violentemente per conto nostro. Ma grazie al nuovo Patto si è andati ancora oltre: le frontiere sono state smaterializzate, de-ubicate, in modo da poterle giuridicamente porre ovunque. In altre parole: la frontiera, il migrante non la sorpassa mai, neppure quando è fisicamente sul suolo europeo. Perché la frontiera se la porta addosso. Anzi: egli stesso è la frontiera. Ed è esattamente grazie a questo inganno che il Patto inchioda il richiedente asilo in un perenne non-luogo, in cui non ha più scampo. Ne puoi fare quello che vuoi».
Grazia Naletto, responsabile area migrazioni e lotta al razzismo di Lunaria Aps, ha dichiarato: «Il Dossier offre un quadro molto preciso del fenomeno migratorio e delle condizioni di vita delle persone migranti, rifugiate e con background migratorio nel nostro Paese. Ogni anno la sua lettura ci ricorda che il vero problema non sono le migrazioni, ma il loro racconto. Un discorso pubblico tossico, che genera uno scarto sempre più profondo fra la realtà del fenomeno migratorio e la sua rappresentazione. La storia dell’immigrazione nel nostro Paese si intreccia con quella del razzismo che ha radici storiche profonde e rimosse. Infatti abbiamo cancellato letteralmente il nostro passato coloniale e le leggi razziali del regime fascista, che meriterebbero invece di essere studiati a fondo. Dagli anni Ottanta in poi il razzismo ha visto vittime proprio le persone migranti rifugiate e con background migratorio e le comunità rom. Si tratta di un fenomeno trasversale che attraversa tutte le dimensioni della vita collettiva, si traduce in atti e comportamenti sociali, discriminazioni istituzionali, oltre che in notizie non corrette o addirittura false e fuorvianti. (…) Oggi abbiamo un problema di razzismo istituzionale e il nostro sistema economico e sociale non garantisce alle persone migranti, rifugiate e razzializzate pari diritti né offre pari opportunità. Dunque, non basta prevenire e contrastare i singoli comportamenti individuali, è necessario rimuovere quegli elementi strutturali che li orientano».
Nicola Cocco di Simm – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, ha aggiunto: «Il razzismo istituzionale ha degli effetti diretti sul corpo delle persone e li vediamo nei Cpr dove stiamo mettendo migranti. Sono luoghi spogli, vuoti, nient’altro che contenitori di corpi, che hanno effetti devastanti sulle persone detenute a livello sia fisico che psicologico. In Europa la questione migratoria viene definita sulla base di “espulsione, detenzione, respingimento”, tutti termini che hanno a che fare con il fatto di non voler vedere le persone straniere nei nostri luoghi. Ma nei centri di permanenza per il rimpatrio, in cui queste vengono trattenute, non solo sono private della libertà, ma vedono un rapido peggioramento della salute mentale già entro i primi sei mesi di detenzione. Si tratta di luoghi patogeni, violenti, realtà assimilabili a quella manicomiale, in cui viene attuata sedazione e controllo più che cura. Per questo bisogna prendere atto, tramite testimonianze ed evidenze scientifiche, che questi luoghi non sono altro che il “braccio meccanico” del razzismo istituzionale e che solo quando torneremo a vedere nelle persone migranti degli esseri umani potremo tornare a ragionare anche sulla nostra società».
Liliana Nechita, scrittrice e autrice di Ciliegie amare (Fve, 2026) ha detto: «Voi studiate da tempo il fenomeno delle migrazioni e provate ad arginare il razzismo, e a spiegare al mondo che tutti gli esseri umani hanno lo stesso sangue, e che tutti hanno diritto di essere felici e di sentirsi accolti da qualche parte. Oggi sono qui perché dietro i numeri che abbiamo visto, ci sono le storie delle persone. Ho difficoltà a vedermi come scrittrice perché scrivo del dolore che provano gli ultimi come me, e se mi definissi tale mi metterei su un gradino più alto, dal quale non potrei più raccontare la verità. La mia storia è simile a quella di tante donne che ho conosciuto, una storia di emigrazione costellata di dolore e umiliazioni, comune a tante persone anche in Italia. Perché il vero razzismo non è solo contro il colore della pelle, ma quello contro i poveri ed è con loro che ci siamo specchiati gli uni negli altri e ci siamo aiutati. Io non sono una scrittrice. Sono una ferita che cammina, e che non troverà mai pace, perché non saprà mai come avrebbe potuto essere la sua vita, se non avesse preso quel biglietto di sola andata. Alla fine anche io non sono riuscita a passare per davvero la frontiera, nemmeno dopo vent’anni».
«Troppo spesso le teorie sociologiche hanno una miopia perché non riescono a misurarsi con la vita vissuta e anche i più puristi della teoria molto spesso indossano degli occhiali ideologici. Invece questa narrazione sociologica, che si pretende scientifica, deve scontrarsi col fatto che scientifica non lo è ormai da anni. Questo Dossier invece è una grande intrapresa intellettuale e scientifica che coinvolge soprattutto il nostro impegno etico e concreto. In qualche modo ci fa capire come, attraverso il nostro lavoro di ricerca, dobbiamo affinare gli strumenti dell’indagine e calare il nostro lavoro nella realtà. Ognuno con la propria cassetta degli attrezzi rinnovata e riqualificata alla luce del presente, deve continuare a portare avanti questa battaglia fondamentale», ha concluso Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.
Ha coordinato i lavori Claudio Paravati, direttore del Centro Studi Confronti.
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