Linfa. Come comunichiamo ciò che crediamo?
A «Ecumene», quarto incontro del Laboratorio Interculturale di Formazione e Accoglienza
Nella cornice accogliente del Centro «Ecumene» (Velletri, Rm) si è svolto dal 2 al 4 ottobre il quarto incontro – il secondo in presenza – del seminario Linfa, Laboratorio Interculturale di Formazione e Accoglienza della Fcei, Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Il tema scelto per questo nuovo appuntamento è stato quello dei linguaggi: Come comunichiamo ciò che crediamo?
Linguaggi, al plurale, perché non si tratta soltanto delle lingue che parliamo o delle parole che scegliamo. Le nostre chiese comunicano anche quando non parliamo. Comunicano attraverso gli spazi che abitiamo, il modo in cui accogliamo chi entra, i gesti e i silenzi, la postura e la voce di chi predica, la musica e i canti, le immagini, il modo in cui leggiamo e raccontiamo la Bibbia. E comunicano attraverso tanti piccoli rituali che, per chi frequenta una comunità da tempo, sono diventati quasi invisibili.
Abbiamo analizzato e confrontato stili di culto e di predicazione differenti, soffermandoci sui contenuti, sulla performance, sullo stile, sul linguaggio e sul ruolo dell’assemblea. Predicare da un pulpito, camminando su un palco o rivolgendosi direttamente alla telecamera di uno smartphone costruisce relazioni diverse con chi ascolta. Così come è diverso il ruolo di un’assemblea che prevalentemente ascolta da quello di una comunità che canta, risponde, si muove e prende parola.
Lo stesso sguardo è stato rivolto alla Bibbia e alla pluralità dei suoi linguaggi: sappiamo riconoscerli? Proverbi, parabole, precetti, miti: con quali lenti leggiamo e comprendiamo testi diversi? Uno spazio importante è stato dedicato anche alla musica, interrogandoci sul perché cantiamo, su come cantiamo e, soprattutto, per chi. Un percorso da Agostino ai giorni nostri ci ha ricordato che inni e canzoni contribuiscono a costruire il nostro immaginario di Dio, della fede e della comunità.
Questioni molto concrete hanno aperto così riflessioni teologiche e sociologiche del nostro essere chiesa. Il linguaggio non è soltanto il contenitore attraverso cui trasmettiamo ciò che crediamo: contribuisce a dare forma a ciò che comunichiamo della nostra fede. Possiamo dire di essere una comunità accogliente e utilizzare parole comprensibili soltanto a chi la frequenta da trent’anni; possiamo affermare che tutte e tutti hanno voce e costruire un culto che, nelle sue forme e nelle persone che prendono parola, rispecchia soltanto una parte della comunità. C’è una teologia che dichiariamo e ce n’è anche una che comunichiamo attraverso le nostre pratiche.
Nel percorso Linfa la concretezza delle attività non si contrappone alla profondità della riflessione, ma ne diventa il punto di partenza. Osservare, sperimentare, discutere casi concreti, confrontare esperienze e provare strumenti da riportare nelle comunità permette di far emergere domande che difficilmente nascerebbero nello stesso modo solo da una lezione frontale. A questo si aggiungono lo spessore metodologico, gli approfondimenti tematici e, soprattutto, il confronto tra fratelli e sorelle provenienti da comunità diverse.
«Torno a casa con lenti nuove per osservare e interpretare la realtà della mia comunità», ha detto una partecipante. Non ricette, dunque, né risposte valide per tutte le chiese, ma nuove domande, strumenti da sperimentare e sguardi diversi con cui tornare nelle proprie comunità. Ed è probabilmente anche per questo che, dopo giornate intense di lavoro, si riparte da «Ecumene» stanchi, ma sorprendentemente rigenerate.