Cambiare l’ora di religione? «Siamo pronti»

Alla Sapienza una proposta per una scuola capace di leggere il pluralismo

Un’altra ora di religione è possibile. Questo, in estrema sintesi, il punto di convergenza emerso in chiusura della sessione pomeridiana del convegno “Per una convivialità delle differenze. Verso un nuovo insegnamento della religione a scuola”, tenutosi ieri 6 ottobre alla Sapienza Università di Roma. Al centro dei lavori, molte domande, analisi e proposte. È arrivato il momento di superare la facoltatività e l’impianto confessionale dell’insegnamento? L’ora di religione cattolica a scuola potrebbe trasformarsi e diventare una disciplina pubblica, aconfessionale, interculturale e interreligiosa? 

A moderare la sessione conclusiva è stata l’avv. Ilaria Valenzi, della Sapienza Università di Roma e della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Nel confronto fra studiose e studiosi, docenti IRC, mondo ecclesiale e movimento laico è emersa una doppia urgenza. Leggere il pluralismo religioso e contrastare l’analfabetismo religioso. Fra le righe, il tema della libertà religiosa. 

 

Paolo Naso: «Analfabetismo religioso» e costi della non conoscenza 

Paolo Naso, già docente presso la Sapienza Università di Roma, collegato da remoto, ha ricordato che il confronto su una diversa educazione religiosa attraversa almeno trent’anni di studi e proposte. Dagli anni Novanta e dal dibattito sulle alternative all’ora di religione ai lavori di Alessandro Saggioro, Nicola Pagano, Brunetto Salvarani e Mariachiara Giorda, fra gli altri. Fino ai Principi di Toledo sull’insegnamento della religione a scuola, in ambito OSCE. «Ci sono almeno 33 anni» di segnali, ha osservato; nel frattempo, però, è cambiato il paese. 

 

Alla diminuzione della pratica religiosa cattolica si accompagna una società in cui milioni di persone professano altre religioni, mentre l’ignoranza sulle tradizioni religiose è sempre più diffusa. Naso ha citato la ricerca secondo cui solo il 30% degli italiani conosce i nomi degli evangelisti e sa mettere nell’ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Oltre la metà pensa che Primo Levi sia cattolico, per fare alcuni esempi. «Si può vivere senza sapere che l’Apocalisse è l’ultimo libro della Bibbia e la Genesi il primo», ha detto, ma il problema non è soltanto la quantità delle nozioni. 

 «L’analfabetismo religioso ha dei costi sociali», ha detto Naso, indicandone anzitutto quelli economici. Gran parte del patrimonio artistico italiano è leggibile attraverso gli alfabeti religiosi che lo hanno prodotto. «Oltre a chi dirige musei, abbiamo bisogno di mediatori culturali», capaci di far comprendere opere, simboli e luoghi. «Uno sbadiglio di fronte a una rappresentazione della pietà è un’offesa alla coscienza e alla cultura», quando nasce dall’incapacità di capire ciò che si guarda. 

 

C’è poi un costo culturale e geopolitico.

«Come possiamo affrontare i grandi conflitti contemporanei prescindendo dal ruolo delle religioni nelle storie di alcuni dei maggiori conflitti oggi in atto?». Naso ha richiamato, ad esempio, la Russia. Non si può comprenderne la storia, anche contemporanea, senza considerare il ruolo dell’ortodossia, agli intrecci con il nazionalismo cristiano. Ignorare questa dimensione significa affrontare la geopolitica senza «disporre di un’attrezzatura culturale e religiosa» adeguata. 

Il terzo livello è sociale e tocca antisemitismo e islamofobia che, secondo Naso, sono «parenti stretti del razzismo». Limitare la conoscenza dell’ebraismo alla Shoah o alla vicenda attualissima della guerra in Medio Oriente impoverisce la comprensione di una tradizione millenaria. Raccontare l’islam soltanto attraverso l’11 settembre cancella «il Medioevo islamico, la geografia, la filosofia, la teologia, la calligrafia» e consegna una rappresentazione deformata. «Se la scuola non abitua, non educa a rispettare l’altro anche nella sua alterità religiosa», cresce «una cultura che produce insofferenza per ciò che è diverso». 

 

Da qui la proposta di un «armistizio» con il mondo laicista: «Sì all’ora delle religioni per costruire un’ermeneutica storico-critica. Non per celebrare nazionalismi cristiani, ma per predisporre strumenti per combattere i razzismi e le polarizzazioni». Conoscenza delle religioni, dunque, ma anche educazione alla democrazia.  

Naso ha richiamato inoltre una «resistenza fortissima», dichiarata o meno, all’idea di rimettere la Bibbia al centro, perché considerata da alcuni una «protestantizzazione della Chiesa cattolica». Da qui anche la frattura più ampia fra «due cristianesimi», e il tema della tradizione biblica, invece, come possibile terreno comune fra cultura, laicità e storia europea. E, annunciando il convegno su Bibbia e Costituzione a novembre, ha detto: «Riconoscendo la laicità della Costituzione, come mai in questo testo frutto di incontro e dialogo, c’è un risuonare così forte di temi, valori, parole che troviamo anche nel testo biblico?». La sfida, ha sottolineato Naso, è che un tale percorso culturale possa far crollare le barriere, e che possa esserci «un incontro magico fra politiche, religioni e istituzioni». 

 

Dalla Bibbia all’intercultura 

Marinella Perroni, del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, ha ricordato la stagione biblica successiva al Concilio Vaticano II. In quel contesto, una generazione di cattolici «ha scoperto che c’era la Bibbia», dopo una formazione prevalentemente centrata su dottrina e sacramenti. Quella stagione ha prodotto scuole bibliche, iniziative e un forte interesse nelle parrocchie, ma è poi progressivamente arretrata, lasciando spazio a un «analfabetismo di andata e di ritorno». Questo analfabetismo è destinato a condizionare anche le nuove generazioni. Per una ricaduta effettiva, ha sottolineato, occorre ripartire dall’Università e dalla formazione. 

 

Carlo Macale, dell’Università Cusano di Roma, ha affrontato il tema della scuola interculturale a partire dalla diversità religiosa che attraversa gli spazi scolastici. Non basta la «conoscenza dell’altro». Occorre arrivare alla «coscienza dell’altro», a un «umanesimo del diverso» e a un’etica della diversità fondata sul riconoscimento interpersonale. Macale ha richiamato inoltre la questione della «laicità inclusiva» e quella, più delicata, della libertà di insegnamento nelle scienze religiose. Interrogandosi anche sul ruolo dell’idoneità confessionale, sulla formazione dei docenti IRC e sul rischio che il controllo ecclesiastico finisca per limitare una reale inclusione. 

 

Giuseppe Deiana, di “Noi Siamo Chiesa”, ha portato nel dibattito la voce degli studenti e quello che ha definito il «gran rifiuto» dell’Insegnamento di religione cattolica (IRC). Ha ricordato il caso di un Itis di Ivrea dove 15 studenti su 18 avevano scelto di non avvalersene e una serie di motivazioni molto concrete, in primis l’appartenenza ad altre fedi. E poi: «Non credo in Dio», «religione è un fatto privato», «perché si guardano film noiosi», fino al semplice «perché se non la fai esci prima». La risposta, ha sostenuto, non può essere la rassegnazione o l’indifferenza, ma la progettualità. La laicità dello Stato e il pluralismo religioso dovrebbero tradursi in un insegnamento pubblico, obbligatorio e aconfessionale di storia e cultura delle religioni. 

 

Un cambiamento chiesto anche «dall’interno» 

Filippo Binini, Giuseppe Bizzi e Patrizia Menozzi, docenti IRC della diocesi di Parma, sono membri del gruppo di ricerca presso ISE Venezia finanziato dalla Conferenza episcopale italiana (CEI). Il gruppo ha lavorato a una proposta per un nuovo insegnamento della religione a scuola. Nel loro intervento hanno insistito su un elemento significativo: la richiesta di rinnovamento nasce anche «dall’interno». L’attuale modello, hanno rilevato, presenta diverse criticità. La contraddizione fra l’importanza attribuita alla cultura religiosa e la facoltatività. La sua marginalità strutturale, con l’assenza di una valutazione e l’esclusione dall’esame finale. La tendenza alla separazione degli studenti proprio in un’ora che dovrebbe favorire il dialogo, invece lo inibisce, passando l’idea quindi che la religione separa.

 

Un “pluralismo” proposto sempre da un punto di vista cattolico: non servirebbe parlare di più delle altre religioni, perché «sarebbe un pluralismo “illegittimo”».

E ancora, l’indeterminatezza dei contenuti e del ruolo del docente. L’IRC “non esiste”, si è detto iperbolicamente, «perché ci sono tante ore di IRC quanti sono gli insegnanti, è molto discrezionale e ha maglie molto larghe. Oltre all’incertezza sui contenuti e alle ambiguità sul docente. I docenti IRC, lo ricordiamo, pagati dallo Stato ma nominati dal Vescovo, devono aver riconosciuta una specifica idoneità come previsto dal Codice di Diritto Canonico. Questo stabilisce che i docenti debbano eccellere per retta dottrina, testimonianza di vita cristiana e abilità pedagogica. 

 

Patrizia Menozzi ha illustrato la proposta “Per una convivialità delle differenze”, un nuovo impianto elaborato dal gruppo di ricerca e presentato anche sulla rivista Il Regno. Questi i punti cardine: un insegnamento pubblico, aconfessionale e obbligatorio. Orientato allo sviluppo dello spirito critico e alla lettura della realtà in prospettiva ecumenica, interreligiosa e interculturale di fenomeni religiosi, simboli e testi. Ma anche su ateismo e agnosticismo, fondamentalismi, sincretismi, questioni etiche e sociali contemporanee, mediazione dei conflitti e cittadinanza attiva. Un possibile nome di questa disciplina: «scienze delle religioni», che sia però «non confessionale e non catechetico». 

Giuseppe Bizzi ha collegato la proposta alla trasformazione della scuola nel suo insieme. L’IRC dovrebbe diventare «una materia come le altre». Insomma, una materia capace di interrogarsi sui nuovi metodi didattici, sull’impatto dell’intelligenza artificiale, sulla formazione continua e sul passaggio da un modello centrato sulle nozioni a uno fondato su competenze e quadri d’insieme. Una materia «interdisciplinare per vocazione», nella quale intercultura e dialogo interreligioso non dovrebbero essere un’aggiunta, ma una dimensione che può interrogare l’intera esperienza scolastica.  

 

Non basta sapere di più 

Il passaggio da una scuola multiculturale a una scuola interculturale richiede qualcosa di più della semplice conoscenza delle diverse religioni. Servono strumenti per affrontare conflitti, shock culturali e differenze, insieme a una capacità critica di leggere simboli, linguaggi, identità e trasformazioni religiose. La scuola è stata descritta come un vero laboratorio di convivenza, nel quale costruire legami, significati e percorsi di senso. 

 

«Un’altra ora di religione è possibile» 

A chiudere la sessione è stato Marco Dal Corso, dell’Istituto di Studi Ecumenici di Venezia. Partendo dalla necessità di «rompere le catene del Concordato», ha invitato a non fermarsi alla sola dimensione giuridico-istituzionale: la «montagna» da scalare è anche educativa. Richiamando i Sette saperi necessari all’educazione del futuro di Edgar Morin – dalla condizione umana all’identità terrestre, fino alla capacità di affrontare le incertezze –, ha indicato una prospettiva ecumenica e interreligiosa come possibile risposta alle sfide educative del presente. 

Per Dal Corso, le ragioni del cambiamento possono essere sintetizzate in quattro punti: «abitiamo un mondo nuovo», «viviamo un momento di svolta», continuare a pensare secondo il modello attuale «reca danno» e c’è «urgenza sociale, politica e umanitaria».

 

Come cambiare?

Attraverso un approccio interculturale e interreligioso, interdisciplinare, capace di confrontarsi con le altre religioni anche «in prospettiva emica» e di aprire una riflessione etica e spirituale. La proposta concreta guarda a diversi interlocutori. Un tavolo di lavoro con CEI, mondo politico, FCEI, esperti e docenti. Percorsi sperimentali interreligiosi e interculturali nelle scuole di ogni ordine e grado, superando la facoltatività. Corsi ecumenici di formazione per gli insegnanti sul dialogo interreligioso, anche in vista di una riqualificazione con crediti formativi. Seminari di pedagogia del dialogo e di studio promossi da università pubbliche e Facoltà di teologia delle diverse confessioni. 

 

«Non solo è praticabile, è necessario», ha concluso Dal Corso. «Dobbiamo prepararci… noi siamo pronti». 

La domanda lanciata alla Sapienza resta aperta sul piano istituzionale, ma appare sempre meno eludibile. Cambiare l’ora di religione significa fare della cultura religiosa uno strumento comune per capire il mondo, leggere le differenze e costruire una vera “convivialità delle differenze”. 

Da Nev – Notizie Evangeliche