Se il cibo è parola

La rassegna Terra Madre ci sollecita a trovare tempi e linguaggi per incontrarsi

 

Mangiare non è mai soltanto nutrirsi. Attorno al cibo costruiamo relazioni e raccontiamo chi siamo, da dove veniamo, quali sono le nostre tradizioni. Condividere il cibo significa creare uno spazio d’incontro nel quale mettere in comune storie, saperi e culture. Significa sedersi alla stessa tavola e aprirsi alla conoscenza dell’altro. Camminando per le strade di Torino durante Terra Madre – Salone del Gusto questo appare con particolare evidenza: lingue diverse, colori, profumi, sapori, prodotti provenienti da luoghi lontani. Ma soprattutto persone. Dietro ogni prodotto c’è qualcuno disposto a raccontare una storia: una terra, una famiglia, un modo di lavorare, l’orgoglio per i propri prodotti, una comunità.

 

Un piccolo episodio mi fa capire quanto il cibo possa diventare occasione d’incontro. Dopo aver camminato tra gli stand, compro del formaggio toscano; a pochi metri è possibile assaggiare delle birre artigianali. Mi siedo e con calma mi gusto formaggio e birra. Un signore seduto vicino a me, anche lui con una birra, mi chiede la mia opinione sul formaggio. Da quella semplice domanda nasce una conversazione. Parliamo di cibo, della sua capacità di mettere in relazione le persone, fino ad arrivare al rapporto tra cibo e religione. Siamo due sconosciuti che probabilmente non si sarebbero mai parlati. Sono bastati un pezzo di formaggio, una birra e un po’ di tempo perché avvenisse un incontro.

 

C’è infatti un aspetto che colpisce camminando tra gli stand: un formaggio, un pane, un seme, un prodotto della terra non sono il punto di arrivo, ma il punto di partenza dell’incontro. Basta fermarsi, fare una domanda e inizia quasi un percorso a ritroso. Dal prodotto si arriva alla persona che lo ha realizzato, al suo lavoro, ai saperi ricevuti e trasmessi, alla sua storia, al territorio dal quale proviene, al suo rapporto con la terra e con la natura.

Un’altra esperienza l’ho fatta allo stand del Giappone, dove era possibile partecipare a un piccolo corso dedicato alla preparazione del sushi. Ho deciso di provare. Mentre cercavo di preparare il mio sushi, ho scoperto che dietro quel semplice laboratorio c’era molto di più. L’interprete mi ha raccontato della Shimashoku-no-Terakoya, una piccola scuola di cucina fondata ad Ama, un’isola dell’arcipelago di Oki, in Giappone. La scuola accoglie non più di otto studenti che, per un anno, studiano e apprendono la cucina giapponese. Il laboratorio non è soltanto un’occasione, anche divertente, per cimentarsi con la cucina giapponese, ma è anche un modo per far conoscere e sostenere questa iniziativa scolastica che valorizza non solo il cibo come risultato ultimo ma anche il territorio, le materie prime e la sua cultura.

 

Ancora una volta il prodotto non è il punto di arrivo ma il punto di partenza. Dal sushi sono passato a una scuola, agli studenti, a un progetto e alle persone che lo portano avanti. E alla fine, oltre ad aver imparato qualcosa, ho contribuito, nel mio limite, a sostenerlo. Forse è proprio qui che il cibo diventa parola: quando attraverso ciò che mangiamo possiamo incontrare qualcuno e conoscere qualcosa della sua storia.

Se il cibo è relazione, allora è anche responsabilità verso l’altro. Ciò che mangiamo non arriva sulle nostre tavole senza conseguenze. Dietro ogni alimento ci sono persone che lavorano, territori, risorse naturali, modi di produzione e distribuzione. Le nostre scelte quotidiane entrano, anche quando non ne siamo pienamente consapevoli, in una rete molto più ampia di relazioni sociali, economiche e ambientali.

 

Per raccontare e per ascoltare occorre però tempo. E forse proprio qui la lentezza assume un significato più ampio. Non significa semplicemente agire più lentamente. La terra e le stagioni seguono ritmi che non possono essere arbitrariamente accelerati per adattarsi ai nostri. Ci sono cose hanno bisogno del proprio tempo. Forse è proprio questo il “tempo giusto”: non necessariamente un tempo lento, ma il tempo necessario alle cose. E qualcosa di simile accade nelle relazioni. Anche incontrare una persona, ascoltarla, conoscerne la storia richiede tempo. Fermarsi, fare una domanda, ascoltare una risposta significa, almeno per qualche minuto, misurare il tempo in maniera diversa. Esiste un tempo per le relazioni, l’ascolto e la cura che non è tempo perso, ma tempo necessario. Prendersi cura significa anche dare e ricevere tempo.

 

In questo senso Terra Madre non è stata soltanto una grande manifestazione dedicata al cibo. È stata anche la rappresentazione concreta di una possibile forma di convivenza: persone differenti che occupano lo stesso spazio, s’incontrano, raccontano le proprie esperienze e ascoltano quelle degli altri. Sedersi intorno a una tavola può sembrare un piccolo gesto. Eppure, proprio in una società che costruisce muri e confini, quel gesto può assumere un significato profondamente sociale. Ed è anche da piccoli gesti e dalle buone pratiche che può iniziare un cambiamento.

Alla fine della manifestazione rimane allora una domanda: che cosa ci portiamo a casa da Terra Madre? Certamente qualche prodotto, qualche curiosità, il ricordo di un sapore, forse la scoperta di qualcosa che non conoscevamo. Ma sarebbe poco se rimanesse soltanto questo. Possiamo portarci a casa anche uno sguardo diverso sul cibo: la consapevolezza che dietro ciò che mangiamo ci sono persone, storie, lavoro, territori e tempi che meritano di essere conosciuti e riconosciuti.

 

Forse allora il cibo può davvero diventare parola. Una parola semplice, concreta, quotidiana. Una parola che non elimina le differenze, ma permette alle differenze di incontrarsi. E oggi abbiamo particolarmente bisogno di luoghi nei quali tornare a incontrarci.