Résister. Diritti di serie b
L’appuntamento con la rubrica di Riforma dedicata alle donne che resistono
Le polemiche seguite alla morte di Emma Bonino, che hanno visto opporsi chi la ricordava con riconoscenza per le battaglie a favore della libertà delle donne e chi invece la insultava per le scelte successive sue e del suo partito, danno la temperatura del dibattito pubblico sui diritti fondamentali. I toni scomposti denotano un disprezzo abbastanza generalizzato – soprattutto da parte maschile – per le conquiste ottenute a duro prezzo da Emma Bonino e dalle altre compagne di lotta negli anni ‘70 del secolo scorso. Parliamo del diritto al divorzio e del diritto all’interruzione di gravidanza, che per le donne hanno significato la possibilità di sottrarsi a un marito violento e di non finire dissanguate sul tavolo di una mammana. Per le donne, insomma, questi diritti spesso hanno fatto la differenza fra vivere e morire.
Autodenunciarsi ed essere arrestata per aver abortito quando era ancora un reato, come fece Emma Bonino il 15 giugno 1975, fu un gesto politico fondamentale per aprire la strada alla legge 194, approvata tre anni dopo – una legge che, passati cinquant’anni, sembra più fragile che mai.
Quel diritto a decidere del proprio corpo e della propria vita arrivavano per le donne in un paese ancora fortemente arretrato, che le vedeva confinate in un immaginario patriarcale a due dimensioni, come ragazze vergini e mogli fedeli. Le gravidanze indesiderate, a cui anche i maschi avevano evidentemente contribuito, erano un problema (e una vergogna) soltanto femminile.
Non vedere la rivoluzione politica compiuta da Bonino e metterla sullo stesso piano delle sue scelte di campo successive è un errore di prospettiva. Non solo: mette in evidenza come i diritti fondamentali delle donne, in questo paese, non sono ancora considerati irrinunciabili per la democrazia ma un tema di secondaria importanza. Qualcosa che si può trascurare, mettere in questione, rivedere; insomma, dei diritti di serie b.
«Prigione femminile dal 1730, la Torre di Costanza in Francia ospitò 88 donne colpevoli di non voler abbandonare la fede protestante. Marie Durand, incarcerata nella Torre per 38 anni, incise o fece incidere la parola résister, resistere».