L’Europa fra isole e montagne
Che cosa ci insegnano la “Carta di Chivasso” e il “Manifesto di Ventotene”
Il 4 settembre scorso il Comune di Torre Pellice ha partecipato a Ventotene all’incontro dedicato al futuro della collaborazione tra i Comuni gemellati nel 2024 (Ventotene, Torre Pellice, Sabaudia e Valsavarenche) e al rilancio delle attività di formazione rivolte alle giovani generazioni.
All’incontro erano presenti, oltre ai rappresentanti dei quattro Comuni (per Torre Pellice la sindaca Maurizia Allisio), anche la presidente e il direttore della Fondazione Centro culturale valdese Bruna Peyrot e Davide Rosso, il presidente della Fondation “Émile Chanoux” Luciano Caveri e il direttore dell’Istituto Studi Federalisti “Altiero Spinelli” Mario Leone, enti promotori del percorso di gemellaggio.
Ventotene è una piccola e rocciosa isola in mezzo al mar Tirreno, profumata di erbe mediterranee e dipinta dai blu di cielo e mare, che la festa delle mongolfiere celebra ogni 19 settembre in onore della patrona Santa Candida. Mentre l’aria le accoglie, fuochi di gioia si accendono, all’imbrunire, dalle barche intorno, con giovani e vecchi isolani che festeggiano, ricordando…
Fra i ricordi c’è il “confino”, perché Ventotene ne è il simbolo che racchiude un passato tragico e un divenire di speranza. Ieri come oggi, infatti, la dialettica fra repressione e libertà, fra resistenza e futuro progettuale, fra memoria e voglia di nuovo è percepibile in chi legge il lungo murales sulla piazzetta del paese, sul quale spiccano le parole del Manifesto e i ritratti di Rossi, Spinelli, Colorni e Hirshmann.
È stato importante ritrovarsi a Ventotene così come in altre occasioni, per rinnovare il “Patto di collaborazione” che lega due documenti fondamentali: il Manifesto di Ventotene (1941) e la Carta di Chivasso (1943), nord e sud d’Italia, valdostani, valdesi e campani. Isole, montagne e appennini sono dette oggi “aree interne”, quelle fuori dai grandi centri cittadini, considerate secondarie all’economia e alla cultura del paese. Invece non è così, perché hanno sempre espresso progettualità e pensiero ma, soprattutto la politica non lo ricorda. L’attenzione alla diversità “federabile” impegna troppo, il potere è più facile centralizzarlo.
Ventotene, e poco più in là, la gemella Santo Stefano, dove patì lo scrittore risorgimentale Luigi Settembrini, separano dal mondo. Sono un altrove dove il fascismo confinò 800 persone, sorvegliate da altre 400, dove le regole ferree complicavano lo stabilire relazioni. Ciò nonostante, lì si creò una “università” dove ognuno offriva ciò che sapeva (i matematici lezioni di matematica, i filosofi di filosofia e così via). Quella prigione dei corpi liberò il pensiero fondante per una nuova Europa. In ognuno dei confinati politici si attuò, come scrisse Spinelli, «una grande mutazione» (Come ho tentato di diventare saggio. 1. Io, Ulisse, Il Mulino, 1984, p.8) perché ognuno dovette sottoporre alla prova della realtà, i propri fallimenti e le proprie utopie, per individuare nuove vie di libertà.
Come utilizzare oggi l’esperienza ventotina? I luoghi di confino esistono ancora oggi, spazi recintati o ghetti dove collocare gli indesiderati; il confino è un luogo di prevenzione del dissenso, un luogo dell’arbitrio assoluto su cui scaricare la vendetta di un regime verso chi non ne è allineato. La rocca di Ventotene sta immobile a ricordarci che cosa significano questi isolamenti. Se è importante commemorare il Manifesto, è fondamentale capirne l’insegnamento, nel metodo di confronto fra posizioni politiche diverse e nella scelta dei temi da discutere. Oltre all’analisi storica, insomma, c’è da essere capaci a recuperarne il messaggio. Sia la Carta di Chivasso sia il Manifesto sono documenti non solo politici, ma morali, coinvolgono la società a partire da sé stessi. Essi ispirano valori oggi disapplicati e in molti casi mistificati, proclamati senza alcun collegamento con la realtà diventando come affermò Simone Weil (1909-1943), scrittrice francese di origine ebraica che partecipò alla resistenza dei maquis – «espressioni del nostro vocabolario politico che se aperte rivelano il loro vuoto interno» (Sulla guerra. Scritti 1933-1943, Pratiche Editrice1998, p.66).
Chivasso e Ventotene sono stati scritti in pieno secondo conflitto mondiale per invocare un’Europa unita quando unita non era, e con la consapevolezza che se democrazia e libertà si fossero realizzate in un solo Stato, la pace non sarebbe stata garantita. E ben lo vediamo oggi in cui in ogni Stato, non solo europeo, domina, per dirla ancora con Simone Weil, «lo stato di pericolo di guerra». In uno stato di pace, infatti, si sostiene il diritto internazionale affinché la cooperazione trasversale sia possibile. Nello “stato di pericolo di guerra” l’esito verso cui si naviga è il dominio di uno Stato sull’altro o di un blocco di Stati su altri, meno forti dal lato militare. Lo vediamo non lontano da noi, in Ucraina, Palestina, Libano: terre invase e occupate.
Come proponiamo lo spirito federalista di Ventotene e Chivasso? Come da questi scritti possiamo intravvedere il cammino indicato da Kant verso una “pace perpetua”, quel diritto cosmopolitico “che comprende per un verso il diritto di ogni straniero che si trova nei territori di un altro stato a non essere trattato ostilmente, e per l’altro verso l’obbligo dello stesso di non approfittare della ospitalità che gli è dovuta” (Per la pace perpetua, Editori Riuniti, 2020, p.20).
La proposta federalista oggi sembra fantasmagorica. Eppure, è l’unica possibile perché è pura illusione la via nazionale al benessere e alla cosiddetta “difesa”. A tal proposito, un passaggio del Manifesto rivela la sua attualità: «Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai in molti paesi su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi: la scuola, la scienza, la produzione, l’organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico». Quanti esempi si potrebbero fare, ma basta seguire le notizie…
E in quanto al metodo di confronto praticato a Ventotene, Eugenio Colorni, nell’importante lettera scritta ad Altiero Spinelli (maggio 1943) insegna a preoccuparsi della «coscienza pubblica» che tende ad abbandonare «una visione più ampia e comprensiva delle cose», nel caso il sogno di un’Europa libera e unita. Nel periodo complesso che stiamo vivendo, dunque, Ventotene e Chivasso insegnano a resistere nella speranza, osando progettare un nuovo modo di vivere insieme, ripensando l’economia, la politica e la cultura: i semi del nuovo cominciano nel vecchio. Impariamo a riconoscerli.