Cultura woke e polemiche sotto l’ombrellone
L’integrazione non è l’opposto del multiculturalismo, è la sua necessaria complementarità per favorire l’incontro e quindi la convivenza interculturale
Soprattutto d’estate, complici il caldo e più tempo libero, si scatenano polemiche ideologiche improvvisate e talora fuori tempo. Quest’anno è toccato al termine inglese “woke”, utilizzato come espressione generalmente dispregiativa per definire tutto ciò che un tempo si definiva “politicamente corretto”: la parità di genere, il linguaggio inclusivo e non offensivo nei confronti dei disabili, gli stereotipi etnici e religiosi, il rispetto per le minoranze e la comunità LGBTQ, l’antirazzismo.
Il termine “woke” nasce negli Stati Uniti, all’interno della comunità afroamericana, come un imperativo a “stare svegli”, a non lasciarsi umiliare e a rivendicare, invece, i propri diritti. Come spesso accade alle parole che viaggiano, si trasformano e ampliano il loro significato, ciò che oggi definiamo woke è, in sostanza, la cultura dei diritti civili e dell’inclusione.
Questa parola, woke, ha avuto uno strano destino: dopo essere stata scoperta e importata anche in Italia, oggi è diventata un termine negativo. Qualcuno è arrivato a contrapporre la cultura woke – i diritti civili, l’inclusione, il riconoscimento delle identità di genere – ai diritti sociali, al lavoro, a un salario equo, alla possibilità di studiare e progredire nel proprio lavoro. Ma perché creare un’alternativa escludente tra due principi che possono coesistere?
Risulta davvero difficile capire perché il diritto di un ragazzo gay o di una ragazza musulmana a vivere liberi e riconosciuti nella loro identità risulti incompatibile con le politiche per un lavoro dignitoso e giustamente retribuito.
Nei loro Sinodi e nelle loro Assemblee le chiese evangeliche hanno spesso affermato la complementarità dei diritti: quelli civili e quelli sociali, quelli della comunità LGBTQ+ e quelli dei lavoratori immigrati che lavorano nelle nostre campagne o dei giovani che faticano a trovare una casa.
Preoccupa che in questa torrida estate la cultura woke sia stata presentata come una sbornia ideologica e una moda radical chic, dimenticando che proprio quella cultura – negli USA come in Europa – ha prodotto importanti conquiste sul piano dei diritti civili, della laicità dello Stato, della tutela delle minoranze etniche e religiose. Insomma, senza ciò che oggi si bolla come cultura woke saremmo meno liberi e meno tutelati.
Noi italiani siamo molto sensibili alle tendenze e oggi tornano di moda parole come autorità, tradizione, patria, identità, nazione. E come una valanga che rotola a valle, la polemica contro la cultura woke prende consistenza e velocità finendo per travolgere principi essenziali di una società democratica e liberale.
Nei giorni scorsi sulle colonne del Corriere della Sera, un autorevole intellettuale di scuola liberale, quale Ernesto Galli della Loggia, ha lanciato un allarme contro il multiculturalismo e l’immigrazione. Tema decisamente datato il primo, sempre attuale il secondo.
Irridendo al “kebab”, alla “musica reggae” e al “digiuno di Ramadan”, l’Autore arriva a concludere che non c’è integrazione che tenga e che l’islam – letteralmente – è una religione “autorizzata a stabilire una brutale inferiorità delle donne”, a “istituire tribunali con valore civile”, “spesso a comminare orribili pene corporali, dalle frustate a tagli dei piedi e alle decapitazioni”. L’islam italiano al completo, sempre secondo l’autore Della Loggia, “non fa eccezione”. Multiculturalismo e integrazione – è la conclusione – sono due concetti opposti. O siamo per l’uno o per l’altra.
I toni sono quelli di Oriani Fallaci dopo l’attentato alle Torri gemelle e ignorano ciò che accadde allora e ciò che oggi è ancora più evidente. E cioè che il fondamentalismo islamista è una variabile fortemente minoritaria del mondo islamico e che, purtroppo, convive con altri fondamentalismi, non meno distruttivi dei valori liberali e democratici, eppure raramente citati.
All’Autore dell’articolo sfuggono le numerose ricerche o, semplicemente, le cronache che documentano come all’interno delle moschee siano più numerose le scuole di italiano che quelle di arabo; che tanti giovani musulmani frequentano gli oratori cattolici o i campi estivi dove incontrano ragazzi italiani, credenti e non; che ci sono musulmani che siedono sulle cattedre universitarie, altri che ci curano negli ospedali e dirigono aziende o centri commerciali che arricchiscono il nostro Paese; e mille altri che lavorano nelle fabbriche o nei campi agricoli.
E lo stesso possiamo dire per altre persone che provengono da culture e tradizioni religiose diverse da quelle maggioritarie in Italia: gli ortodossi romeni, gli indiani induisti o sikh, i filippini o i ghanesi evangelici.
È possibile che qualcuno, prigioniero di antichi e nuovi pregiudizi, non se ne sia accorto, ma il multiculturalismo non è una moda woke dei quartieri alti, bensì è la trama della società italiana ed europea di oggi. L’integrazione non è l’opposto del multiculturalismo, è la sua necessaria complementarità per favorire l’incontro e quindi la convivenza interculturale.
Ciascuno ha il diritto di professare la religione in cui crede o di non professarne alcuna: è un principio essenziale della culturale liberale che evidentemente alcuni liberali hanno perso di vista, un cardine della società plurale in cui viviamo.
La rubrica “Essere chiesa insieme”, da cui è tratto questo testo, è andata in onda domenica 6 settembre, su RAI Radio1, a conclusione della trasmissione Culto Evangelico.