Perché la casa non crolli. Ricordo di Vincenzo Vitiello
Il filosofo, saggista e accademico italiano è scomparso il 26 agosto. Il suo pensiero non ha offerto risposte ma ha insegnato a sostare nelle domande e nelle fratture dell’esistenza
Ci sono incontri dopo i quali non è più possibile pensare come prima. Vincenzo Vitiello è stato per me uno di questi incontri: un maestro che non mi ha consegnato risposte, ma ha reso più esigenti le domande; un amico con il quale il pensiero non rimaneva mai separato dalla vita. Oggi la sua morte interrompe un dialogo che ha accompagnato una parte decisiva della mia esistenza. C’è una voce alla quale non potrò più rivolgermi e, insieme, una voce che ormai risuona dentro ogni domanda che provo a formulare. Non mi ha insegnato che cosa pensare. Mi ha insegnato a non sottrarmi al rischio del pensiero; a non cercare troppo presto una soluzione; a non ricomporre ciò che forse deve restare diviso. Il maestro non era, in lui, colui che protegge dalla contraddizione, ma colui che vi conduce, senza offrire riparo. Il sì non poteva essere separato dal no, la figura dalla propria frattura, la parola dal silenzio che la accompagna.
Per questo la sua filosofia non è stata mai una casa costruita per difendersi dall’incerto. Era piuttosto l’esercizio di sostare là dove le immagini si infrangono, dove la conciliazione rischia di diventare una menzogna e il negativo non può essere cancellato senza cancellare, insieme, la vita. Vincenzo interrogava la tradizione non per custodirne intatte le forme, ma per esporle nuovamente alle domande dalle quali erano nate: Hegel e Vico, Nietzsche e Heidegger, il pensiero greco, l’ebraismo, il cristianesimo. Non cercava una genealogia pacificata dell’Occidente. Ne ascoltava le faglie.
Anche quando pronunciava il nome di Dio, non ne faceva un rifugio. Il Dio possibile, il Dio detto in segreto, il cristianesimo pensato senza la rassicurazione di una redenzione già posseduta: nei suoi libri la parola religiosa veniva condotta fino alla soglia oltre la quale non può più spiegare, definire, garantire. Doveva riconoscere il proprio limite e, proprio per questo, tentare ancora di rivolgersi a un Tu. Non una parola ultima, ma una parola consapevole di essere penultima; non la cattura del mistero, ma l’esposizione a ciò che eccede ogni nome.
Ma oggi la filosofia non basta. Non piango soltanto l’autore di libri che hanno segnato il pensiero contemporaneo. Piango Vincenzo, l’amico. Piango ciò che nessuna bibliografia può registrare: le conversazioni, le parole dette senza un pubblico, le ore condivise, i silenzi nei quali l’amicizia non aveva bisogno di dimostrare se stessa. Un libro resta sugli scaffali; un amico occupa un luogo nel mondo. Quando muore, le cose sembrano rimanere al loro posto, e tuttavia la mappa non è più la stessa.
Per tanti anni ho seguito Vincenzo nella sua interrogazione dello spazio. Soltanto ora comprendo fino in fondo quale luogo egli occupasse dentro di me. Un luogo non è un punto che possa essere riempito da un’altra presenza. È l’insieme delle relazioni, delle parole, delle attese che si sono raccolte intorno a qualcuno. Per questo la sua assenza non è semplicemente uno spazio vuoto. È un luogo ferito: continua a esistere, ma esiste nella forma della mancanza.
In una pagina che mi è particolarmente cara, Vincenzo ricordava l’Annunciazione di Rilke. L’angelo, stanco per il viaggio immisurabile da Dio all’uomo, entra in una casa modesta, troppo piccola perfino per la sua veste. Non può pronunciare l’annuncio con voce potente. Deve parlare quasi in un soffio – «nel bosco sono un mite vento» – perché la casa dell’uomo non crolli.
Forse anche la memoria deve parlare così. Non deve innalzare un monumento, fare rumore intorno a chi è morto, consegnarlo a una formula definitiva. Deve entrare piano nella casa fragile del dolore. Non per spiegare ciò che è accaduto, non per trasformare la perdita in una consolazione, ma perché la casa non crolli.
Non voglio, dunque, racchiudere Vincenzo Vitiello in una definizione. Sarebbe contrario a quanto mi ha insegnato. Nessuna immagine può contenerlo; nessuna parola può dirne l’intera presenza. Posso soltanto testimoniare che il suo pensiero è diventato parte del mio modo di stare al mondo e che l’amicizia ha dato a quel pensiero un volto, una voce, una prossimità.
Non so ancora quale forma avrà la tua assenza. So soltanto che sarà dentro le domande che continuerò a porre, e nel silenzio che segue il tuo nome, la tua voce continuerà a raggiungermi. Il luogo che hai lasciato non sarà colmato. Resterà il punto ferito dal quale continuare a interrogare il mondo. Scrivo perché la casa non crolli. E perché, nel silenzio che ora porta il tuo nome, possa ancora cominciare una domanda.