La Buona novella. La cura.

La rubrica della redazione dedicata alle buone notizie

 

Frequentiamo questa spiaggia da una decina di anni. Loro due arrivano ogni sera quando manca più o meno un’ora al tramonto, che qui vuol dire buio pesto. Andatura traballante, anni credo più verso i 70 che i 60. Lui la aiuta a sdraiarsi e, quando lei si toglie con fatica il vestito scopre una gamba finta, fino all’anca, non certo di ultima generazione, ma nemmeno di penultima. Una di quelle protesi con la scarpa incorporata in fondo, per intenderci. 

 

La sfila e nell’arto rimasto si infila una pinna. Poi i 3-4 metri che la separano dal mare li percorre trascinandosi sul sedere. Istanti interminabili, come le piccole tartarughe appena uscite dall’uovo nella sabbia che assai sbilenche sanno però benissimo dove andare, verso il loro elemento. Elemento che deve coincidere con quello della signora che non appena in acqua scivola via agile e veloce. Sparisce in fretta alla vista addirittura. 

 

Lui aspetta. Passano 45 minuti circa, mica poco, ed ecco che lei ritorna e con la stessa gran fatica di prima si trascina verso l’asciugamano. Qui inizia il rituale di cura di lui che fa la spola più volte con un secchiello per i giochi dei bambini usato per sciacquare via la sabbia, per aiutarla a asciugarsi, cambiarsi, infilarsi la protesi, alzarsi piano piano. 

 

C’è un senso della cura nei gesti di lui, anziano e incerto nel passo, che lascia noi spioni dell’intimità altrui con gli occhi lucidi. 

 

Non so se questa sia una buona novella, ma mi è venuto di pensare che davanti a piccoli giganteschi gesti d’amore, ad attenzioni reali, per un istante sembra impossibile ci possa essere tanto dolore nel mondo, sembra possibile chiudere gli occhi e pensare che sono stati soltanto brutti sogni. Ne abbiamo così bisogno.