Il cristianesimo escluso
Un rapporto americano sulla libertà religiosa lascia fuori il protestantesimo storico e ogni altra fede. Una lettura dalla parte delle chiese di minoranza, con la Scrittura come criterio.
Nel maggio del 2025 il presidente degli Stati Uniti istituiva una commissione sulla libertà religiosa. Un anno dopo il documento finale è arrivato, e si presenta come la difesa di un diritto di tutti. Eppure, basta leggere l’elenco di chi siede a quel tavolo per accorgersi che manca qualcuno. Manca, prima di tutto, un certo cristianesimo.
Attorno alla commissione si raccolgono cattolici tradizionalisti, evangelici conservatori e voci dell’ebraismo ortodosso. Non c’è il protestantesimo storico, la tradizione riformata che ha fatto della libertà di coscienza la propria ragione di esistere. E fuori dal cristianesimo l’assenza diventa silenzio: l’islam non è mai nominato, le altre fedi nemmeno. Una commissione che dice di parlare per ogni credente rappresenta una sola famiglia ideologica: la libertà di tutti, rivendicata da pochi.
Questa doppia esclusione non è un dettaglio: è la chiave di lettura di tutto il documento.
Il muro che hanno costruito i battisti. Il cuore teorico del rapporto è la demolizione di una metafora. Il “muro di separazione” tra Stato e Chiesa, dicono i commissari, è un’invenzione recente, nata da una lettura forzata della lettera che Jefferson scrisse nel 1802 ai battisti di Danbury. Spazzato via il muro, la religione torna a essere «il cuore pulsante della repubblica».
Il paradosso è evidente a chi conosce la storia delle chiese: quel muro lo hanno costruito i battisti. Più di un secolo prima di Jefferson, Roger Williams, fondatore della prima Chiesa battista d’America, parlava già di un muro di separazione tra il giardino della chiesa e il deserto del mondo. Non per difendere lo Stato dalla fede, ma per difendere la fede dallo Stato. E i battisti di Danbury, citati come testimoni a carico della separazione, erano una minoranza spaventata, che chiedeva quel muro per essere lasciata libera di credere.
Il documento usa contro la separazione la tradizione che l’ha generata, e prende la voce dei perseguitati di ieri per legittimare il potere dei forti di oggi. Battisti, metodisti e valdesi sanno per esperienza che la separazione tra le due sfere non è ostilità alla fede: è la condizione che ha permesso alle minoranze di sopravvivere.
La Scrittura lo dice con una sobrietà che spiazza ogni nazionalismo. «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Marco 12, 17). Non è un compromesso, è un confine. Ogni volta che il trono e l’altare si sono saldati, a corrompersi non è stato lo Stato. È stata la chiesa.
La terza tentazione. Conviene tornare al deserto. Nel racconto delle tentazioni il diavolo mostra a Gesù tutti i regni del mondo e la loro gloria, e glieli offre a una sola condizione (Luca 4, 5-8). Gesù rifiuta il potere come scorciatoia, la dominazione come strumento del Regno. Il nazionalismo cristiano accetta esattamente ciò che Cristo ha respinto: fa della nazione un idolo e trasforma il Vangelo, annuncio di liberazione, in instrumentum regni, con il volto della difesa di Dio.
I profeti l’avevano già smascherato. Geremia, davanti alla folla che si sentiva intoccabile perché custodiva il tempio del Signore, gridava: «Non confidate in parole menzognere dicendo: questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore» (Geremia 7, 4). La religione civile che si crede al riparo da ogni critica perché si proclama sacra è ciò che la parola profetica è chiamata a giudicare.
Le leve sui più fragili. C’è poi il linguaggio, da leggere come un testo retorico. Il documento rovescia le parti: una maggioranza religiosa che dispone di scuole, università, ospedali e reti di potere viene descritta come una minoranza perseguitata, con i credenti trasformati in dissidenti braccati da un regime secolare. Poi usa gli innocenti come scudo emotivo, così che chi obietta sembri accanirsi contro una vittima. Infine, fa leva sulla paura.
La Bibbia conosce questa grammatica e la giudica senza sconti. Sono i falsi profeti a gridare «pace, pace, mentre pace non c’è» (Geremia 6, 14). Ed è il serpente, nel giardino, a insinuare il dubbio: «È vero che Dio ha detto?» (Genesi 3, 1). La manipolazione comincia sempre da una parola vera piegata a un fine di potere. Qui passa il discrimine evangelico: l’annuncio libera, la propaganda cattura.
Dai loro frutti. Resta la prova più semplice, il criterio di Gesù: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Matteo 7, 16). Che cosa produce concretamente questa idea di libertà religiosa? Produce il rifugio negato alla donna in difficoltà, l’affido rifiutato, il servizio condizionato all’identità di chi lo eroga. La libertà rivendicata è libertà di selezionare chi soccorrere, di chiudere la porta in nome della coscienza. È l’esatto contrario di ciò che la lettera di Giacomo chiama religione autentica: «La religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni» (Giacomo 1, 27). Una libertà che si esercita escludendo il povero, il malato, lo straniero ha smarrito il Vangelo che dice di custodire. I frutti la tradiscono.
Babele o Pentecoste. C’è infine un’immagine che riassume la posta in gioco. Il documento sogna un solo padrone dello spazio pubblico: una sola voce, una sola fede legittima, un solo cuore della repubblica.
La Scrittura conosce questo sogno e lo chiama Babele: una sola lingua, una sola torre che vuole arrivare al cielo, l’uniformità imposta come progetto di potere (Genesi 11). A Pentecoste lo Spirito non riporta l’umanità a una lingua sola: moltiplica le lingue, e fa sì che ciascuno oda nel proprio idioma (Atti 2). Dio sceglie la pluralità, non l’uniformità.
È per questo che le chiese di minoranza hanno qualcosa da dire, e forse più di altre. La libertà religiosa non è un’arma da impugnare quando si arriva al potere: è un’eredità da custodire, e la custodisce meglio chi il potere non l’ha mai avuto. La laicità non è un deserto senza Dio: è lo spazio in cui ogni fede può parlare senza schiacciare le altre. È la siepe di Roger Williams, non il muro del potere. È, alla fine, la differenza tra Babele e Pentecoste.