Non solo cure mediche, ma anche compassione e speranza

Il resoconto della recente missione di Medical Hope in Libano, attraverso le testimonianze degli operatori e operatrici

L’8 luglio si è conclusa la seconda missione di Medical Hope in Libano, il programma sanitario della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) nato nel 2016, che offre cure mediche gratuite, visite e farmaci ai rifugiati e alla popolazione locale vulnerabile escluse dal sistema pubblico.

 

Il progetto è nato in Libano nell’ambito di Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, sostenuto dall’Otto per mille dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (UCEBI).

Crisi umanitaria in Libano: oltre un milione di sfollati

 

Nonostante il periodo difficile, spiega il dottor Luciano Griso, referente medico di Medical Hope: «La situazione è estremamente incerta in Libano. In seguito al conflitto tra Israele ed Hezbollah, oggi più di un milione di persone sono state costrette a lasciare le loro case e a vivere per strada, o nelle scuole o nei garage o, insomma, in alloggiamenti di fortuna».

 

La chiusura del progetto quest’anno è «arrivata con un lieve ritardo», prosegue Luciano Griso, «l’avevamo prevista a fine marzo. Poi, sia per l’ennesima guerra tra Israele ed Hezbollah, che ha portato all’allargamento dell’occupazione israeliana nel Sud del Libano, sia per un incidente che mi ha coinvolto, si è dovuta ritardare la missione».

 

Rispetto alle missioni precedenti ricorda Griso: «Non ci sono novità, o aspetti particolari da segnalare, se non quanto riportato dalla stampa nazionale e internazionale. Il governo israeliano prosegue la sua azione militare in Libano con la distruzione di villaggi, di infrastrutture e abitazioni civili per rendere impossibile un possibile ritorno».

 

I continui cessate il fuoco firmati a Washington tra il governo libanese e il governo israeliano di fatto «sono un “Velo di Maya” filosofico che nasconde una realtà totalmente diversa. L’unica differenza – prosegue Griso –, rispetto ai mesi scorsi, è che l’attuale occupazione israeliana nel sud sta risparmiando Beirut dai bombardamenti».

 

La voce degli operatori e delle operatrici sul campo

 

Tuttavia, l’impegno di soccorso in ambulatorio, come evidenzia Griso, vede «un’atmosfera di disincanto, malgrado si speri sempre che possa essere la “volta buona” e dunque che il cessate fuoco possa perdurare, ma nella sostanza nessuno ci crede. La precarietà e l’insicurezza attraversano questo paese da anni e la pace è percepita, sempre più, come un interstizio tra due episodi di guerra. Questa sensazione di insicurezza e di incertezza rende tutto difficile, talvolta addirittura impossibile».

 

Un’atmosfera spiegata bene dai due operatori di MH che affiancano Griso.

 

«Questa missione è stata un’esperienza molto significativa per me», racconta Malak, un’infermiera. «Visitare i pazienti attraverso il Libano mi ha ricordato quanto sia importante portare non solo cure mediche, ma anche compassione e speranza. I sorrisi sinceri e la gratitudine delle persone che abbiamo visitato sono state molto toccanti e hanno rafforzato il mio impegno nel servire chi ha bisogno. Sono davvero grata a coloro che hanno reso possibile questa missione».

 

«Incontrare i beneficiari di Medical Hope dopo i giorni disastrosi iniziati ancor prima dei bombardamenti del 3 marzo – la maggior parte segnati da guerra, sfollamento e difficoltà – ha dato a questa missione una profondità unica. Mi è sembrato quasi di essere alle nostre prime missioni, a confronto con la vasta esperienza di un team. Sono stato profondamente incoraggiato dal ricongiungimento della squadra, dal vedere il piano stabilito eseguito al meglio delle nostre capacità e dall’entrare in contatto con potenziali partner che condividono la nostra visione per il raggiungimento degli obiettivi», racconta Ayman, assistente sociale.

 

Rifugiati siriani e instabilità regionale

 

Non è un caso che la maggior parte dei libanesi «risieda all’estero: circa il triplo dei libanesi che risiedono all’interno dei confini», prosegue Griso.

 

Se questa è la situazione che vivono i libanesi – conclude –, per i rifugiati siriani la situazione è ancor peggiore: i rifugiati siriani residenti in Libano sono sottoposti a forti pressioni internazionali per rientrare in Siria anche se mancano le più elementari condizioni economiche e di sicurezza.

 

La situazione è invece estremamente precaria, e lo hanno dimostrato gli ultimi attentati a Damasco e l’occupazione di villaggi siriani messi in atto dall’esercito israeliano».

 

La missione Medical Hope con i suoi ambulatori, con base a Beirut e in altre aree come la Valle della Bekaa, ha suscitato «tra i nostri pazienti aspettative molto elevate – chiosa Griso –, perché un numero sempre maggiore di famiglie non ha più risorse economiche. Queste difficoltà hanno fatto aumentare il numero di pazienti che hanno deciso di rivolgersi a noi per le cure, non avendo più la possibilità di affrontare le spese sanitarie che, tra l’altro, la situazione di crisi invece impone.

 

Il sostegno delle Chiese evangeliche e dell’Otto per Mille UCEBI

 

Oltre alle visite mediche abbiamo effettuato, grazie a un nuovo programma, anche tante visite di prevenzione odontoiatrica ed igiene dentale per gli allievi della scuola in età pediatrica a intere classi di bambini che frequentano una scuola dell’UNRWA – l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi –, a Shatila.

 

Un rapporto di collaborazione con questa scuola che speriamo di poter potenziare a partire dal prossimo inverno, sempre che la situazione politica e la guerra lo permettano: le scuole sono rimaste chiuse per mesi e gli studenti hanno lavorato solo via web».

 

In conclusione, ci dice Griso, «Questa iniziativa, Medical Hope, non è incentrata sul mero concetto di cura medica, o assistenziale, è un’iniziativa dalla forte caratterizzazione comunitaria, sin dalla sua nascita, non a caso è sostenuta da chiese estere americane, da fondi speciali dell’Otto per Mille delle chiese metodiste e valdesi, e in particolar modo dall’Otto per mille battista grazie all’UCEBI, l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia. Un sostegno, speciale e prezioso, che ci ha permesso – e ancora ci permette – di acquistare e distribuire pacchi di emergenza alimentare e kit igienici per la popolazione, e per le molte persone che ancora vivono nelle tende. Anche il governo libanese ha messo a disposizione quest’anno dei rifugi per gli sfollati, principalmente quelli che arrivano dal Sud o da qualche area della Bekaa, ma solo per i libanesi. Gli altri rifugiati siriani e palestinesi, e le migrant workers, rimangono completamente privi di ogni possibilità di assistenza da parte del governo. Ed è a questa fascia di popolazione che noi, con il nostro modesto budget, cerchiamo di rivolgerci».

 

Foto da Mediterranean Hope