La terapia dell’incontro con l’altro

A colloquio con Concita De Gregorio, a proposito del suo ultimo libro “La cura”

 

La cura, l’ultimo libro di Concita De Gregorio*, scrittrice e giornalista, è un’opera piena di grazia e umanità. Nonostante il libro possa far pensare a un diario della malattia, il cancro al seno che ha colpito l’autrice, è molto di più: è la testimonianza di come nessuno si salvi da solo e di come si possa essere comunità di destino con chi soffre. Un testo che, pur mettendoci di fronte alle nostre fragilità, alle nostre fratture e ai nostri guasti esistenziali, non smette di sorprenderci e di aprirci a mondi nuovi. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

 

– In questo libro lei ha scelto di parlare della cura e non della malattia. Perché?

«Per formazione, educazione e per carattere non amo parlare di me, tendo piuttosto a dedicarmi all’ascolto degli altri, a dare voce a chi non ce l’ha. Per me l’attenzione al prossimo è importantissima e la comunità viene prima dell’individuo. Del resto, la cura è essa stessa accoglimento, ascolto intimo e comprensione dell’altro. La letteratura, quando ci riesce, ha il potere di trasformare una verità individuale in una verità universale e questo è quello che mi interessava provare a fare con questo libro.»

 

– La cura è già una forma di guarigione?

«No, la cura non conduce necessariamente alla guarigione ma è un momento generativo, di bellezza, di pace, di verità e forza nella relazione. Quello che ci accade non dipende da noi, ma da noi dipende come reagire e stare nel percorso della cura, con quale atteggiamento. In questo libro volevo raccontare gli incontri, le storie degli altri, che sono essi stessi una terapia. Dischiudersi all’altro è la strada della cura e prevede molta fiducia in chi incontriamo sul nostro cammino».

 

– Oggi riusciamo a essere davvero comunità di destino con chi soffre?

«Il nostro è un tempo sociale e politico in cui siamo portati a diffidare degli altri. Per essere comunità è necessario fidarsi e affidarsi. Non solo prendersi cura ma accettare che qualcuno si prenda cura di noi. Sembra facile ma non lo è: non è semplice accettare la mano tesa di qualcun altro, non è scontato. Perché molta è la diffidenza e la paura nei confronti del diverso, delle comunità che non sono le nostre».

 

– Lei ha imparato che la malattia non è una guerra da combattere. Perché fa malissimo questa retorica bellica?

«Siamo tutti chiamati a lavorare sulle parole che costruiscono mondi e ci definiscono. Anche all’interno della comunità che cura (medici, pazienti, famiglie) è importantissimo riflettere su come si comunica. Il lessico guerresco e maschile, marziale, che spesso accompagna la malattia, è un lessico colpevolizzante perché non è vero che il nostro corpo è il nostro nemico. Non possiamo combattere contro noi stessi; pensare di poterlo fare è un modo sottile per attribuire all’individuo la colpa o il merito della guarigione. Come se chi non guarisce o muore non avesse combattuto abbastanza, non fosse stato efficace nella battaglia. La guarigione non dipende da noi ma dai farmaci. Quindi l’unica battaglia da fare è quella pubblica, per investire nella ricerca scientifica così da progredire nelle cure. Assegnare al malato il ruolo di combattente è fuorviante e anche colpevolizzante per il malato stesso che si trova a vivere una battaglia che non ha scelto e che non capisce chi e che cosa dovrebbe combattere».

 

– Nel libro c’è spazio anche per la solitudine. Com’è la solitudine di chi si trova ad attraversare la malattia?

«La solitudine può essere beata o dannata, dipende se la scegli o la subisci. La solitudine dannata è quella che ti arriva come una condanna: quando si è fragili, la solitudine gonfia, enfatizza ogni altro male. Non è sempre facile aprirsi alle relazioni perché spesso la solitudine si accompagna alla povertà, al disagio, all’emarginazione. Serve uno sguardo di reciprocità, accorgersi di chi è solo e provare ad avvicinarlo vincendo la resistenza di chi è abituato a fare da sé. Oggi è un tempo in cui la solitudine è una malattia sociale, pensiamo ai ragazzi chiusi nelle loro camerette».

 

– Il suo libro è colmo di gusto del vivere, di pienezza e sensualità. Potrebbero essere loro a salvarci dalle nostre ferite?

«Quello che ci salva è sempre la bellezza. Nella seconda parte della mia malattia io mi sono curata in un ospedale pubblico a Barcellona, costruito secondo un criterio per il quale la bellezza concorre alla cura. Nel mio caso la bellezza è la musica, il teatro, il lavoro. Avere un obiettivo fuori di sé è importante. Il libro è allegro, pieno di ironia perché abbiamo bisogno di leggerezza. Del dolore si incarica già la vita da sola».

 

– Il suo libro testimonia come dal male possa anche nascere la meraviglia. Lei crede?

«Sì, io credo. La mia vita è organizzata secondo delle esigenze che mi impediscono di essere una credente disciplinata ma porto la fede nelle mie giornate».

 

* C. De Gregorio, La cura. Torino, Einaudi, 2026, pp. 170, euro 17,00.