La voce nascosta dei libri
La lettura si trova in un’epoca di crisi, più che altro a causa delle nostre abitudini: il suo sussurro, tuttavia, parla anche dal Salone di Torino
Un rimbombo potente e ininterrotto, un crepitio costante di sottofondo cui si alternano picchi di sonora eccitazione, un ronzio fremente che fa vibrare in risonanza la cassa toracica dei passanti… Se penso al Salone internazionale del Libro di Torino (ora che sta per cominciare la sua XXXVIII edizione), la prima caratteristica che mi viene in mente è proprio questo strepito sonoro che accompagna senza posa la contemplazione silenziosa dei libri esposti, ma anche la discussione accesa e appassionata dei visitatori intorno a questi stessi libri. Un fastidio acustico di cui si farebbe volentieri a meno? Non necessariamente o non soltanto, perché questo querulo ronzio può risultare sotto certi aspetti anche piacevole ed eccitante, in quanto segno della grande energia vitale che freme dentro la quiete immobile dei libri chiusi.
È un’esperienza che chi ama i libri ha sempre fatto: basta sfogliare un qualche volume silente, e subito possiamo sentire levarsi dalle sue pagine qualcosa come una voce, un sussurro, un canto che ci chiama. Da una parte il silenzio severo della pagina stampata, e dall’altro una melodia, un fraseggio che sembra risuonare dentro quella stessa pagina. Si tratta di un paradosso sconcertante, ma in realtà radicato nell’essenza più profonda dell’esperienza di lettura. Lenta, solitaria, silenziosa, la pratica del leggere contiene contraddittoriamente in sé il suo opposto: l’incontro con una voce latente che giace dentro il libro e che può essere udita se ci poniamo in attento ascolto del suo dire. Il libro, inesorabilmente muto, comincia a parlare alle nostre orecchie, nel momento in cui trasformiamo la visione delle lettere scritte in ascolto delle parole in esse custodite. Sta qui il grande mistero, il grande, inesauribile fascino dei libri e della lettura. Se i libri ci parlano, infatti, è perché colui o colei che un tempo li ha scritti ha trasposto in scrittura una voce originaria, giunta fino alle sue orecchie da un altrove talmente potente che era impossibile resistergli.
Pensiamo ai primissimi versetti della Bibbia. Un libro? Certo. Un libro muto? Sicuramente, ma solo fino a quando non lo si ascolta mentre racconta: «Dio disse: “Sia luce!”. E luce fu». Il che è come dire che leggendo già questo solo versetto, noi possiamo udire, o almeno intraudire, la voce di Dio che chiama la luce alla luce, e ci fa vedere, immaginare questa stessa luce originaria, mentre per la prima volta viene pronunciata da Dio la parola luce… Troppo complicato? Troppo religioso? Allora andiamo a leggere i primi versetti di altri due libri: «…aeide, theà…», «moi énnepe, Moûsa…»: «Canta, o dea, raccontami, Musa». L’invocazione si trova nel primo verso dell’Iliade e dell’Odissea. Queste dunque sono anche le prime, primissime parole con cui ha inizio la scrittura poetica occidentale. Le implicazioni nascoste in un simile invito sono enormi. Che significa infatti dover dire: «cantami, o Musa», per poter cominciare a scrivere? Che il poeta, il narratore, non è detentore, signore della propria scrittura, perché la scrittura viene da un Altrove, risiede presso un massimamente Altro, dal quale chi scrive la riceve come una grazia, come un dono.
Per poter scrivere occorre quindi udire innanzitutto la voce di una “Musa”, o di Dio stesso, il quale sta narrando, sta dettando a chi scrive quanto deve essere scritto. Di conseguenza, il libro, una volta creato, non contiene solo la voce della persona terrena che l’ha scritto, ma anche e prima ancora la voce trascendente giunta fino allo scrivente da questo misterioso Altrove. E chi legge, di conseguenza, se legge con attenzione e con cura, potrà a propria volta ascoltare la “voce” inaudibile di Dio o delle Muse…
Le cose, peraltro, non cambiano più di tanto se ci avviciniamo ai nostri tempi. Il grande scrittore di metà Novecento, Alberto Moravia, raccontava che per scrivere un racconto o un romanzo non gli bastava immaginare una trama, dei personaggi, un ambiente. Era per lui inevitabile, infatti, attendere la venuta di una voce interiore, giunta chissà come e chissà da dove, che gli narrava con un certo tono, un certo ritmo, un certo timbro, quella stessa storia che lui già conosceva, ma che non aveva ancora udito. Solo una volta messa per iscritto quella voce sconosciuta, la storia prendeva l’andamento giusto e poteva dirsi riuscita. Ciò significa però che la fascinazione provata leggendo Moravia, dipendeva non da Moravia stesso ma dal fatto che leggendolo si poteva riudire quella stessa voce ineffabile che già lui, Moravia, aveva udito…
Ecco, sta qui, io credo, la meraviglia intramontabile dell’esperienza di lettura. Questa esperienza oggi – lo sappiamo bene – è entrata in un’epoca di prolungata crisi: si legge meno, con meno voglia, anche perché tanti, troppi libri, sembrano aver perso la capacità di trasmettere quella voce “soprannaturale” di cui prima erano portatori. Oppure siamo noi, più distratti, più impazienti, che non riusciamo più a leggere con la lentezza e la concentrazione di un tempo? Il fatto è che il mondo dei libri e della lettura è entrato in una fase di difficoltà, perché da molti anni ormai fra la pagina scritta, stampata su carta, e l’occhio di chi legge si frappone lo schermo del computer, del telefonino, della scrittura digitale. E questa molteplicità di schermi, che si rimandano simultaneamente gli uni agli altri, interpone facilmente un velo, una barriera, che impedisce l’ascolto diretto di quella voce vitale nascosta fra le pagine dei libri. Ma se la cortina dello schermo interrompe l’intimità calda della lettura, tuttavia non riesce a soffocarla, non la può sopprimere. Non riesce a farlo perché “la voce che viene da altrove”, e che vibra dentro i libri, rimane comunque più potente, più vitale. E la prova vivente la si può udire proprio ascoltando quel rombo impetuoso, vigoroso che anima il Salone del Libro di Torino.