Zenni: «Il Torino Jazz Festival torna in città»
La nostra intervista al direttore artistico del Torino Jazz Festival (Tjf) 2026. La kermesse si terrà a Torino dal 25 aprile a 2 maggio con alcune anteprime nei giorni precedenti
«Da tempo al Festival di Torino mancavano i nomi di grandi chitarristi attivi nella scena internazionale. Dunque, l’anno scorso, non appena finita l’edizione del 2025, abbiamo contattato artisti e agenzie chiedendo se fosse possibile poter organizzare i loro tour mondiali compatibilmente con le date del Torino Jazz Festival (Tjf)». Così dice Stefano Zenni, musicologo e direttore della kermesse jazzistica torinese, una tra le più importanti in Italia.
E infatti, tre nomi stellari del jazz suoneranno quest’anno a Torino: Bill Frisell «chitarrista che – prosegue Zenni – ha cambiato il suono della chitarra elettrica seguendo l’esempio del maestro Jim Hall ma ampliandone il repertorio e lavorando molto sulla tradizione Country e Western e su quella americana più classica di Aaron Copland». John Scofield, «Noto per il suo stile versatile che fonde bebop, blues, funk e fusion. Una figura chiave del jazz moderno – prosegue Zenni – che ha collaborato con vere e proprie leggende come Miles Davis, Chet Baker e Pat Metheny, distinguendosi per il suo suono inconfondibile», e che sarà in concerto con un grande compositore e pianista come Gerald Clayton il prossimo 2 maggio.
Infine, «Marc Ribot, un’opportunità preziosa giunta all’ultimo istante e colta prontamente “al volo”. Parliamo, dunque – prosegue Zenni –, di tre chitarristi che hanno cambiato l’idea preconfezionata di un suono monolitico per la chitarra, aprendo seppur con stili differenti, tutti e tre, nuove frontiere musicali e sonore».
Per quanto riguarda Ribot, segnaliamo una curiosità: è disponibile online: una versione di «Bella Ciao».
Perché sottolinearlo? Perché il Festival prenderà avvio ufficialmente il 25 aprile, e lo farà dopo altre ottime anticipazioni musicali proposte nei giorni precedenti. Dunque, proprio il giorno della Festa della Liberazione con il concerto del cantante, attore e intellettuale Moni Ovadia che porterà in scena il suo «jazz della Liberazione».
«Moni Ovadia – dice Zenni – racconterà la storia dei musicisti rinchiusi nei campi di sterminio che, malgrado la difficile condizione in cui erano costretti a vivere, seppero reagire con la musica e salvaguardare il loro patrimonio culturale Yiddish. Malgrado fosse ferrea la censura verso la musica jazz – prosegue Zenni –, nei campi di concentramento nazisti diverse formazioni jazz sopravvissero. E nel ghetto di Terezín (Theresienstadt) lavorò addirittura una big band swing formata da musicisti ebrei di diversa estrazione geografica».
Altri grandi nomi della scena jazzistica nazionale e internazionale si esibiranno a Torino: «Musicisti – aggiunge Zenni – che da tempo bramavo di poter riavere, come Fabrizio Bosso – torinese –, che torna più in forma che mai e l’Italian Instabile Orchestra che salirà di nuovo sul palco del Tjf».
Ciò che spinge Zenni dal 2022 (data dell’incarico) a non mollare mai, ci dice, «è proprio il desiderio di portare al pubblico delle performance fresche, coinvolgenti, di altissima qualità. Come ricorda il titolo dell’edizione di quest’anno del Festival “The sound of surprise”, sorprendenti».
Torino è la città del Jazz, o quantomeno è una città che riconduce al jazz: la visita esplosiva di Louis Armstrong del 1935 e quelle seguenti di Dizzy Gillespie e di Chet Baker cambiarono la percezione di una musica che arrivava da lontano. Torino in passato percepita come la città dell’automobile (dello smog e della nebbia) vide nel tempo nascere, e soprattutto seppe ospitare, tanti artisti diventati delle star affermate come Enrico Rava, Gianni Basso, Furio Di Castri, per citarne solo alcuni, e seppe traghettarne altri dalla cintura limitrofa: musicisti speciali quali Andrea Allione, Aldo Mella e Andrea Ayassot.
Tanti altri sarebbero da citare, proprio perché Torino, – e non sempre a braccia aperte –, seppe aprire le porte al jazz, rendendolo fruibile, facendolo diventare “di tendenza”, anche in tempi non facili. Torino ha avuto la capacità di formare nuove leve di musicisti, che tutt’ora solcano i grandi palchi dando vita a ponti generazionali.
«Se il jazz a Torino funziona – rileva Zenni – è perché a Torino ci sono le occasioni e ci sono gli spazi. Se non ci fossero spazi dove poter suonare, per usare una similitudine, sarebbe come “provare a nuotare dove non c’è l’acqua”».
Similitudine che ne richiama alla memoria un’altra, quella di un grande teorico del dialogo come Raimon Pannikar, «dialogare è come nuotare – diceva il teologo –. Posso prendere tutte le lezioni teoriche che voglio ma poi è indispensabile gettarmi in acqua, altrimenti non c’è nulla da fare!».
Proprio come suonare il jazz… puoi prendere tutte le lezioni teoriche del mondo ma prima o poi dovrai suonare, sbagliare, soffrire, rischiare se vorrai davvero imparare. Il Jazz è puro dialogo, incontro, è relazione. E Pannikar diceva: «Dio, l’uomo e il cosmo formano un’unità ritmica».
E un’unità ritmica è quella che vivrà la città di Torino: «Una città magica, fiorita nel tempo anche per la grande quantità di scuole che sono sorte e gestite dal Comune e da molte associazioni private. Proporremo infatti – prosegue Zenni – anche un concerto con la giovane orchestra di “Liberi Suoni” con le allieve e gli allievi delle scuole pubbliche e private del Capoluogo e della Città Metropolitana, un’esperienza importante e diretta da Pasquale Iannarella – chiosa Zenni –. Torino spicca nel panorama italiano per questa ricchezza di spazi che permettono a tanti musicisti, in erba e non, di poter sperimentare, vivere la musica. In passato non c’erano così tante possibilità per gli studenti e molti infatti raggiungevano l’unico luogo possibile allora di confronto: Siena. Per partecipare ai seminari estivi di musica jazz».
Il Festival Jazz di Torino permette a ragazze e ragazzi di poter «suonare anche in luoghi nei quali solitamente la loro musica non arriva. Il Jazz Blitz – ricorda ancora Zenni –, è un modo per raggiungere luoghi non tradizionali con brevi performance di venti minuti: ospedali, biblioteche, mercati e musei. Un format “sonoro diffuso”, che avvicina il jazz anche a un pubblico più ampio, estemporaneo e talvolta casuale».
Il sodalizio tra la città di Torino e il Jazz Festival nasce nel 2012: «Al di là del fatto che il jazz possa piacere o meno, le edizioni del festival riescono sempre a comunicare qualcosa – sostiene Zenni –. Le persone che vi lavorano sono la forza dell’iniziativa. Dalle maestranze dei teatri ai volontari appassionati, dagli amministrativi a chi si occupa di comunicazione sino a chi accorda i pianoforti, monta i palchi, anima i suoni e gestisce l’accoglienza. Insomma – conclude Zenni –, tutti concorrono con professionalità, passione, audacia e fatica a rendere grande il Festival».