La poesia si fa carne
Denuncia laica e compassione biblica nella raccolta di versi di Gianni Mereu
Il 28 aprile ricorre la Giornata mondiale per la Salute e la Sicurezza sul lavoro, istituita dall’Organizzazione internazionale del Lavoro, per promuovere la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, che sono tematiche strettamente connesse con le morti sul lavoro. È la prima volta che su questo drammatico problema ne scrive un operaio ed è la prima volta che la narrazione avviene nella forma poetica del verso libero, recitata dagli stessi lavoratori in prima persona. Ebbene, se c’è un luogo in cui la poesia si fa carne, dove le parole non sono ornamento ma testimonianza, e dove la voce poetica non canta, ma denuncia, interroga, resiste, questo luogo è la raccolta poetica di Gianni Mereu Lavorare da morire… e raccontarlo in versi*
Quello che ci rappresenta l’autore è un teatro tragico e corale in cui i protagonisti sono i lavoratori morti sul lavoro, che tornano a parlarci per raccontare la propria storia, la propria fatica, la propria tragica fine. È un libro che non si legge soltanto: si ascolta, si accoglie, si porta dentro come un lutto e come un monito. Sul piano critico, infatti, la raccolta è stata presentata dallo stesso autore come una poesia di denuncia contro il neo-schiavismo e lo sfruttamento estremo.
Tuttavia, la scelta di Mereu, operaio che ha scelto di dare voce agli operai caduti del lavoro, non è solo un atto poetico, ma un gesto politico e, insieme, un gesto spirituale, pur nella sua laicità esplicita.È un’opera che si colloca nel solco della poesia civile, quella alta che avvicina il cielo alla terra e la terra al cielo per fondersi in un unico lamento la cui eco si diffonde nelle viscere della terra, fino a smuoverla con la potenza dell’aratro, e allo stesso tempo si propaga con la forza dei venti e quella degli uragani nei cuori degli universi, fino a farli gemere. È un’opera che si distingue per la sua radicale umanità: ogni componimento è un volto, un nome, un’età, un mestiere, una biografia interrotta. Dai minorenni ai migranti, dagli operai edili ai braccianti, dagli ex detenuti ai lavoratori invisibili, la raccolta compone un mosaico di esistenze spezzate, restituendo dignità a chi troppo spesso viene ridotto a mero indice statistico o anonima nota a piè di pagina.
Le poesie qui raccolte sono testimonianze nette, ciascuna intessuta attorno a un nome, a un’età, a una vicenda che si chiude nella fatale misura di un incidente, di una folgorazione, di un incendio; tutte storie che restituiscono al lettore il peso concreto della perdita e la contingenza delle responsabilità che l’hanno determinata. In tutto il libro il lettore viene chiamato a non dimenticare, a tradurre il dolore in impegno sociale, viene continuamente sollecitato e chiamato direttamente in causa con richiami espliciti a cui gli operai e le operaie morte lavorando si rivolgono, come a voler chiedere al lettore di farsi carico del suo messaggio di dolore e di richiesta di giustizia per non cadere nell’oblio.
Nel pensiero laico moderno, il lavoro è stato a lungo celebrato come strumento di emancipazione, di costruzione dell’identità, di partecipazione alla vita collettiva. Ma in Lavorare da morire …e raccontarlo in versi, questa visione si incrina: il lavoro appare come una condanna, una trappola, un sacrificio imposto. La retorica del “lavoro che nobilita” si dissolve di fronte alla realtà di turni massacranti, cantieri insicuri, contratti precari, vite consumate per un salario al di sotto del minimo. Vite anche violentemente spente dal cieco odio razzista, come quella di J. E. Masslo, sudafricano assassinato il 24 agosto 1989 a Villa Literno, a cui Mereu da voce in “Avevo un sogno” e in cui svela l’impatto morale della perdita di prospettiva che il lavoro precario induce: il sogno, parola breve e fragile, diventa paradigma della promessa tradita. La poesia laica di Mereu non si limita a documentare. Costruisce una memoria civica, pone i fatti come sedi di interrogazione per istituzioni e comunità, soprattutto nel richiamo morale a Nelson Mandela e al sogno profetico di Martin Luther King. Qui di seguito la parte finale:
Ai margini dei campi a pomodori
ai margini del mondo
una notte di scampolo d’estate
le lucciole vaganti
e il canto di cicale tra gli sterpi secchi
si spensero di colpo.
Eppure avevo un sogno…
Alassane N’diaye, senegalese
quel giorno dei miei funerali
griderà con la rabbia tra i denti
urlerà sul muso di tutti
che io, Jerry Essan Masslo
avevo un sogno
come Nelson Mandela, nostro Madiba
come Martin Luther King
come tutti gli oppressi
sognavo un mondo
senza odio e razzismo;
di tolleranza e pace, libero e solidario;
dove l’essere umano vale più d’ogni altra cosa;
dove la libertà è sacra e rispettata;
dove sono riconosciuti i diritti umani.
La forza di questa raccolta sta proprio nella sua capacità di tenere insieme due visioni: la denuncia laica e la compassione biblica, la rabbia civile e la pietas spirituale. Mereu non si limita a raccontare la morte: restituisce vita. Ogni poesia è un’epigrafe che si fa carne, un’assenza che si fa presenza, un silenzio che si fa parola. In un tempo in cui il lavoro è spesso ridotto a merce, e la morte sul lavoro a “fatalità”, questo libro ci ricorda che ogni vita conta, ogni nome ha un volto, ogni morte è una ferita collettiva. E che la poesia, quando si fa dono, può essere un atto di giustizia più potente di mille denunce.
* G. Mereu, Lavorare da morire… e raccontarlo in versi, Croce editore, 2025, pp. 182, euro 16,90.