Nuova direzione per la Casa di riposo G. B. Taylor
Silvia Zerbinati alla guida dell’opera diaconale dell’Unione cristiana evangelica battista in italia a Roma, tra memoria, responsabilità e visione futura
Silvia Zerbinati, classe 1974, è la nuova direttrice della Casa di Riposo G. B. Taylor, presente nel quartiere Alessandrino (Roma). Silvia si laurea in Scienze Sociali all’Università di Firenze, dove frequenta anche il Centro di Formazione Diaconale “Giuseppe Comandi”, esperienza che le permette di unire la formazione professionale con quella teologica, in un contesto interdenominazionale stimolante.Nel 1999 inizia a lavorare con il Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia; dal 2010 lavora al progetto “Essere Chiesa Insieme”, dedicato all’integrazione multiculturale nelle chiese protestanti, collaborando anche con il Dipartimento Chiese Internazionali dell’Ucebi. Dal 2009 inizia a collaborare con il Taylor, prima con incarichi occasionali e poi, dal 2015, con un part-time ricoprendo la mansione di assistente sociale. Da gennaio 2026 è iniziata quella che lei definisce “una nuova avventura!”.
Come ha accolto questa responsabilità?
«Confesso che mi sono tremati i polsi. La direzione di una casa di riposo è una responsabilità grande e complessa, soprattutto in un momento in cui siamo impegnati in un importante progetto di ristrutturazione e ampliamento della struttura, che comporta inevitabilmente molte sfide organizzative. Ho accolto questa proposta con un profondo senso di responsabilità, nei confronti delle nostre chiese e di tutta l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia».
Cosa rappresenta per lei il Taylor?
«Per me è un luogo speciale, a cui sono legata fin dall’infanzia. I miei genitori erano molto impegnati nella vita della chiesa battista di Centocelle e sono cresciuta proprio in questi spazi, costruendo relazioni sia con gli anziani della Casa di Riposo sia con i bambini della “Casa Famiglia” di allora.
Crescendo, ho sempre desiderato poter dare il mio contributo a questa opera: in qualche modo, la mia vocazione diaconale è nata proprio qui. Per questo essere qui non è solo un incarico, ma anche una restituzione: è il modo in cui posso prendermi cura di un luogo e di una comunità che hanno contribuito a formarmi. Il Taylor non è soltanto una struttura: è una storia di relazioni, di fede e di servizio che continua, e di cui oggi ho la responsabilità, e il privilegio di prendermi cura ogni giorno».
Che tipo di comunità è oggi l’Istituto Taylor? Che atmosfera si respira tra operatori, ospiti e famiglie?
Il Taylor è prima di tutto una casa, dove si respira un’atmosfera fatta di relazioni autentiche, di attenzione sincera alle persone, di piccoli gesti quotidiani che fanno la differenza. È un’emozione che ci viene restituita anche da chi passa di qui per un periodo: volontari e tirocinanti spesso ci raccontano di aver sentito questo clima accogliente, quasi familiare, fin dal primo momento. È una comunità aperta e inclusiva, dove gli anziani non sono mai solo ospiti, ma persone con una storia, emozioni e un ruolo ancora vivo all’interno della vita di tutti i giorni. Qui si cerca davvero di farli sentire a casa, rispettando i loro tempi, i loro bisogni e la loro identità. Anche i familiari fanno parte di questa comunità: il loro coinvolgimento è fondamentale, e lavoriamo ogni giorno per costruire un rapporto di fiducia e vicinanza. E poi ci sono gli operatori, che sono il cuore del Taylor. Quello che più mi colpisce è il senso di appartenenza che si respira: non è solo un luogo di lavoro, ma una squadra che si sostiene, che collabora e che condivide valori profondi. C’è serenità, c’è rispetto, e soprattutto c’è la volontà comune di prendersi cura degli altri nel modo più umano possibile. Il Taylor, per me, è tutto questo: una comunità in cui le persone contano davvero, e in cui ogni giorno si prova a costruire qualcosa di significativo insieme».
La Casa di Riposo sta attraversando una fase importante di ristrutturazione. Che tipo di trasformazione è in corso?
«È iniziata una importante fase di ristrutturazione della palazzina storica, che richiede interventi fondamentali per garantire ambienti più sicuri, confortevoli e adeguati agli standard attuali. Al termine dei lavori, gli spazi saranno più accoglienti, sicuri e funzionali. Si amplierà la capacità di accoglienza, passando dagli attuali 22 ospiti a 54, offrendo così a più persone la possibilità di sentirsi a casa. Più che un numero, questa crescita rappresenta per noi l’opportunità di allargare la nostra comunità, di accogliere nuove storie, nuove relazioni e nuovi legami, continuando a mettere al centro la dignità, la cura e la serenità di ciascuno. Durante questo periodo, ci impegniamo a essere ancora più presenti e attenti, per limitare il più possibile i disagi e accompagnare ogni ospite e ogni famiglia con ascolto, cura e sensibilità. Per noi, ogni cambiamento ha senso solo se contribuisce a far sentire ciascuno davvero a casa».
Che tipo di Casa di Riposo vorrebbe costruire nei prossimi anni?
«Una Casa che sia sempre più un luogo aperto, accogliente e vivo, non solo per gli anziani che vi abitano e per le loro famiglie, ma anche per il territorio che la circonda. Il mio impegno sarà quello di rafforzare il rapporto con le comunità battiste. Vorrei che il Taylor sia sempre più riconosciuto come opera diaconale delle nostre chiese, capace di rendere visibile, nel quartiere, il mandato evangelico di cura e attenzione verso le persone più fragili a cui siamo chiamati. In questo senso, mi piacerebbe coinvolgere maggiormente le nostre comunità, renderle partecipi della vita della Casa di riposo e riuscire a trasmettere il clima che si respira quotidianamente al suo interno: un clima fatto di relazioni, attenzione e cura.
Immagino attività condivise, momenti di incontro, testimonianze e iniziative che permettano ai membri delle chiese di sentirsi parte integrante della vita degli ospiti. Non si tratta solo di partecipazione occasionale, ma di creare legami stabili, in cui le comunità possano conoscere il nostro lavoro, contribuire con il loro tempo e le loro risorse, e allo stesso tempo essere testimoni diretti del clima di relazioni, attenzione e cura che caratterizza ogni giorno la casa di riposo. Allo stesso tempo vorrei rafforzare ancora di più il legame con il territorio, portando dentro la struttura la comunità: scuole, associazioni, giovani. Perché una Casa di riposo non deve essere un luogo separato, ma un nodo vivo della società. Un ambiente in cui cura e relazione vadano di pari passo, e dove l’anziano non sia mai definito solo dai suoi bisogni assistenziali, ma riconosciuto come persona, con desideri, emozioni e ancora tanto da dare. In questo modo, la Casa di riposo diventa non solo un servizio per gli anziani ma anche l’occasione preziosa per testimoniare come la fede si traduce in azione concreta e visibile».
Qual è la sfida più grande che vede davanti a lei?
«Credo sia riuscire a coniugare ogni giorno organizzazione ed empatia. Una casa di riposo non è solo un luogo di assistenza, ma la casa delle persone che ci vivono, con le loro storie, le loro fragilità e i loro affetti. Sento forte la responsabilità di creare un ambiente in cui ogni ospite possa sentirsi davvero visto, ascoltato e rispettato, e allo stesso tempo di sostenere il personale, che svolge un lavoro prezioso e spesso molto impegnativo. Il mio impegno sarà trasformare questa responsabilità in risultati concreti con attenzione, equilibrio e sensibilità, anche nei momenti più complessi, senza perdere coerenza e visione nel lungo periodo».
E invece qual è la speranza che la anima maggiormente?
«Sentire questo incarico come un servizio, prima ancora che un ruolo. Un servizio che mi chiama ogni giorno a prendermi cura delle persone più fragili, con rispetto, dedizione e umanità. Mi sostiene la fede e il senso di missione che riconosco in questo cammino diaconale: la convinzione che anche nei gesti più semplici possa passare qualcosa di più grande, capace di portare conforto, dignità e vicinanza. È questa speranza che mi guida ogni giorno, insieme a un personale attento e preparato, con cui condivido il valore profondo di questo servizio».
Che cosa le insegnano ogni giorno gli anziani che vivono al Taylor?
«Mi insegnano il valore della pazienza, della resilienza e della gratitudine. Con le loro storie, le loro esperienze e anche le loro fragilità, ricordano quanto sia importante vivere con consapevolezza e rispetto per gli altri. Mi insegnano a guardare oltre la fretta della quotidianità, a fermarmi ad ascoltare davvero, e a trovare la bellezza nelle piccole cose. Spesso con loro scopro che la forza e la saggezza non stanno solo nelle parole, ma anche nei gesti, negli sguardi e nella capacità di trasmettere calma e serenità. In fondo, ogni incontro con un ospite è un promemoria costante: ogni vita ha un valore unico e ogni persona merita di essere ascoltata, accolta e rispettata».


