Le tracce del tempo nei luoghi abbandonati
Un libro curioso, affascinante, sui locali dismessi e il loro fascino
Le amministrazioni comunali si trovano spesso nella necessità di rivedere il Piano regolatore, in vista di variazioni di destinazioni d’uso per alcuni immobili: da commerciale a privato, o anche, con ostacoli vari in alcune Regioni, da una destinazione produttiva a “locale di culto”. Ma nella storia si registrano casi clamorosi e poeticamente suggestivi di “sovversione” degli schemi: come le cornacchie, segnalate a suo tempo da Montaigne – ripreso dal francesista Carlo Carena in un articolo su un numero monografico della Rivista di estetica (n. 8/1981) dedicato all’“estetica delle rovine”–, che avevano provveduto a nidificare fra le rovine delle chiese cattoliche demolite dagli ugonotti (e chissà quanti furono i casi reciproci…).
Il tempo, le guerre, o semplicemente l’abbandono, rendono alcuni luoghi assai evocativi, tanto che esistono gruppi (alla luce del sole, o meno) che praticano la ricerca e la documentazione di immobili che hanno perso la loro funzione e sono stati lasciati, dando vita a nuovi insediamenti, magari anche solo di piante rampicanti: alberghi dismessi, ospedali, manicomi, ville nobiliari, chiese. Luoghi che hanno un loro fascino tanto che un avvocato del Fermano, Francesco G. Capitani, ha dedicato loro un libro piuttosto curioso*.
Nei primi capitoli viene evocata l’abbazia di San Galgano, in provincia di Siena (sec. XIII), dove il regista Andrej Tarkovskij ambientò le ultime sequenze del suo film Nostalghia (1983). Pochi minuti in cui la chiesa, priva di un tetto, si presta a corroborare le idee del film, ma evoca, al tempo stesso, secoli di devozione e di rapporto con il sacro. Qualcosa che si è perso, di cui restano tracce, e viene “aggredito” da altre forme di vita (le piante, ma anche l’azione, a lungo termine distruttiva, delle infiltrazioni d’acqua). Reliquie di qualcosa che aveva una funzione ormai perduta; sentimento ancora più inquietante se il locale è stato abbandonato da un momento all’altro, come le case e le scuole e i giardini pubblici evacuati in fretta e d’autorità, intorno alla centrale nucleare di Cernobil.
In una visione protestante dell’arte e dell’immagine, e soprattutto nella concezione delle chiese riformate, certamente non riconosciamo una sacralità dei luoghi. Ma possiamo essere toccati dal senso del passare del tempo che alcuni luoghi hanno assunto su di sé, e che essi mantengono, anche a dispetto della “cessata attività”. Il termine “rovina” nei libri profetici passa dalla descrizione di una distruzione materiale a un concetto morale; passa dalle mura divelte a un senso della vita andato perduto. Un libro come questo ci fa riflettere sulla necessità (e anche sulla possibilità praticabile, anche senza entrare illegalmente entro stabili chiusi al pubblico) di cogliere nelle vestigia costruite da mani umane e poi da mano umana lasciate perire, un senso della storia che può, a volte, trascendere la piccolezza delle nostre diatribe terrene, per raccontarci una storia che ci supera. Per mano “vegetale”, ma anche, qualche volta, con qualche barlume di senso ulteriore.
* F. G. Capitani, Dizionario dell’abbandono. Portogruaro, Ediciclo, 2026, pp.158, euro 15,00.