Da cretini a criminali

L’accoglienza delle persone migranti è sempre più contrastata. Nel 1991 arrivò la nave “Vlora” dall’Albania: da allora si registrano fratture tra i governi e l’opera di chi cerca di prestare soccorso

 

«Non è una tragedia quella che si è consumata ancora una volta in mare e che ha portato morti e feriti a Lampedusa. È il risultato delle politiche di respingimento dell’Europa. Chiediamo ancora e sempre vie di accesso sicure e legali. Il nostro cordoglio per le persone morte, siamo vicine alle loro famiglie». Ha lo sguardo e il tono di chi ha già assistito a troppe tragedie simili Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope, il programma per rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. L’ultima in ordine di tempo è datata 1° aprile: un barcone alla deriva con diciannove cadaveri a bordo, morti per ipotermia questa volta. Un dolore che si rinnova, insieme alla rabbia e al rimpianto per quel che si sarebbe potuto fare e non è stato fatto. Per quel che si sarebbe dovuto fare e non è stato fatto.

 

Che cosa è successo? Cosa ci è successo? 8 agosto 1991, in qualche modo l’inizio di quanto stiamo vivendo oggi. L’apocalittico sbarco al porto di Bari della nave Vlora, carica come mai si era visto di una intera umanità in fuga. Almeno ventimila persone provenienti dall’Albania, «Ecco la miseria che si è messa in moto, la Storia dimenticata che emerge dal mare», scriverà Enrico Deaglio. Il nostro Paese si dimostrò totalmente impreparato e fu la generosità dei pugliesi a evitare una catastrofe umanitaria. Restano scolpite nella pietra le parole indignate dell’allora sindaco del capoluogo Enrico Dalfino, impegnato a cercare di soccorrere tutti: «Sono persone, persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro unica speranza». Si prese del cretino dall’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. A quell’epiteto Patrizio Gonella, presidente di Antigone, fa risalire l’inizio «della sotto-cultura della disumanità che ha portato alle attuali politiche migratorie».

 

35 anni dopo chi si spende per aiutare il prossimo è passato da cretino a criminale.

 

A giugno entrerà in vigore nei 27 Stati membri dell’Unione Europea il «Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo», che ha l’obiettivo di riformare in modo strutturale le politiche comuni di gestione dei flussi migratori all’interno dell’UE. Si tratta in qualche misura della chiusura di un cerchio, di un sigillo alla svolta securitaria. In questi mesi il Parlamento europeo ne sta votando varie parti. Ultima in ordine di tempo il 26 marzo la “direttiva rimpatri” che, come scrive Niccolò Parigini, operatore di Mediterranean Hope, «ha sollevato numerose preoccupazioni tra gli esperti di diritto internazionale e le organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani»; e che fra le misure prevede il via libera ad accordi bilaterali con Stati non europei per esternalizzare le procedure d’asilo di persone in attesa di rimpatrio verso Paesi considerati sicuri, il cui elenco si sta pericolosamente allungando e che comprende nazioni dove i diritti umani sono calpestati ogni giorno, specie per le minoranze: dall’Egitto all’India, dal Marocco alla Colombia. L’Italia con i suoi centri in Albania ha dunque fatto scuola. Il Patto sulla migrazione e l’asilo prevede poi l’acquisizione di una moltitudine di dati biometrici di tutte le persone al di sopra dei 6 anni di età (prima erano 12). Informazioni che convoglieranno tutte nella banca dati centralizzata “Eurodac”, accessibile alle autorità nazionali, alle agenzie europee, alle forze di polizia, a Europol e alle autorità giudiziarie dei Paesi UE. Si promettono espulsioni più rapide, più efficienti, sempre più forzate.

 

«Siamo profondamente preoccupati che ciò segnali un netto spostamento verso posizioni che erodono i principi e i valori democratici fondamentali dell’UE. Temiamo la crescente accettazione di una retorica che divide anziché unire e che alimenta la polarizzazione, la sfiducia e l’esclusione – hanno denunciato con forza, in un comunicato. congiunto il 26 marzo scorso, varie organizzazioni religiose che operano a fianco delle persone migranti, dalla Caritas cattolica alla Commissione delle chiese per i migranti in Europa (Ccme) di matrice protestante, di cui fa parte anche la Fcei –. Tali tendenze minano la pace e la coesione sociale all’interno delle nostre comunità, promuovendo sentimenti dannosi di rabbia verso l’immigrazione e xenofobia. Come organizzazioni cristiane, esortiamo a sostenere la compassione, la giustizia e il rispetto per ogni persona, specialmente per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili».

 

Che cosa è successo? Cosa ci è successo?

 

Per la cronaca anche l’umanità in fuga della Vlora venne per la quasi totalità rimpatriata. Mancavano norme in materia, si usarono inganno e forza.

In Italia la prima legge quadro in materia è datata 1998, la Turco-Napolitano, che cercava di fare ordine con dignità ma che ha però l’insanabile peccato di aver introdotto quelli che oggi sono i famigerati Cpr, Centri per i Rimpatri. La versa svolta securitaria si ha però nel 2002 con la cosiddetta Bossi-Fini: il migrante diventa clandestino, il tema, un tempo sociale, diventa di pubblica sicurezza. La norma è ancora oggi in vigore, con le modifiche avvenute negli anni. Le principali sono i “Decreti sicurezza” del 2018 che aboliscono la protezione umanitaria e il “Decreto Cutro” 2023, che deturpa il nome di una tragedia dell’inerzia del pubblico soccorso per limitare ancora di più i limiti delle protezioni previste per le persone. Ora il governo sta tentando di introdurre il blocco navale, l’impossibilità in sostanza per le navi umanitarie di pattugliare il mare come del resto già accade con stop forzati. Probabili i principi di incostituzionalità, ma intanto di forzatura in forzatura siamo arrivati a un 2026 in cui, a fronte di un numero minore di persone in movimento, le vittime sono invece aumentate in maniera considerevole. Abbiamo fatto del mare un deserto e l’abbiamo chiamato sicurezza.

 

«Conservo ancora – scrive Anna, la vedova del sindaco Dalfino – più di quattromila telegrammi arrivati in quei giorni del ’91 da tantissimi italiani che ringraziavano mio marito per l’umanità dimostrata, per aver fatto dell’Italia la terra dell’accoglienza». Oggi come in quel lontano 1991 c’è un’umanità che non chiude ma accoglie, che non si volta ma va incontro. Soltanto a lei bisognerebbe dar voce. Nel nostro piccolo lo faremo sempre.

 

 

 

 

 

Foto di Kosta Korçari