Una liturgia di potere travestita da preghiera

La benedizione dei pastori evangelicali a Trump, la prosperità economica e il suo peso sulle elezioni americane 

 

C’è un’immagine che rischia di segnare la campagna elettorale americana più di qualsiasi comizio, sondaggio o spot televisivo: Donald Trump circondato, come da una cintura, da pastori evangelici conservatori, le mani poggiate sulle sue spalle, mentre una preghiera collettiva lo consacra come leader benedetto. Per alcuni è un gesto di fede. Per altri, un atto politico. Per molti di noi evangelici italiani, un segnale inquietante. C’è chi l’ha definita “una liturgia di potere”, chi “una messa in scena pericolosa”; personalmente la definisco “la nuova cintura Gott mit uns”.   In un Paese che ha costruito la propria identità sulla separazione tra Chiese e Stato, vedere un presidente – candidato circondato da leader religiosi che lo consacrano come guida benedetta ha fatto scattare più di un campanello d’allarme.

 

Le immagini dei pastori evangelici che impongono le mani su Trump nello Studio Ovale –rafforzano l’idea di un presidente “predestinato”, sostenuto da Dio e dalla comunità evangelica.  Alimentano il dibattito sul nazionalismo cristiano, cioè la fusione tra identità religiosa e potere politico. I Battisti furono tra i più convinti difensori della libertà religiosa e della neutralità dello Stato in materia di fede. Roger Williams, nel Seicento, parlava di un “muro di separazione” tra potere civile e potere spirituale, concetto che avrebbe influenzato il Primo Emendamento della Costituzione americana. Oggi, però, una parte del movimento evangelicale – inclusi gruppi che si richiamano nominalmente alla tradizione battista – sostiene un modello di cristianesimo politico che contraddice quelle origini. La benedizione a Trump è un esempio emblematico di questa trasformazione.

 

Trasformazione che attraversa diversi ambiti: primo fra tutti quello economico.  Quando Trump entra in politica, trova un terreno già pronto: un elettorato abituato a vedere la ricchezza come virtù; una narrazione religiosa che premia il successo individuale; una sfiducia crescente verso lo Stato come strumento di redistribuzione. Secondo la dottrina della prosperità, la ricchezza è un segno della grazia divina, mentre la povertà può essere interpretata come mancanza di fede, di disciplina o d’ impegno. Questa visione con Trump è stata ulteriormente rafforzata con conseguenze politiche rilevanti, riducendo il sostegno a politiche redistributive; rafforzando l’idea che lo Stato debba intervenire il meno possibile; legittimando leader percepiti come “benedetti” dal successo economico. In questo senso, la preghiera collettiva è un endorsement pubblico, un modo per presentare Trump come un leader “protetto” o “scelto” da Dio, rafforzando la sua immagine presso un elettorato cruciale.  Questa narrazione ha un peso anche sul piano economico: legittima scelte economiche e sociali che vengono presentate come coerenti con una visione morale dell’America, spesso incentrata su valori conservatori e su un’idea di autosufficienza individuale.

 

Le conseguenze per i ceti più poveri sono tangibili. I tagli fiscali approvati nel 2017 hanno favorito in modo marcato i redditi più alti, mentre i benefici per le famiglie povere sono stati limitati o, in alcuni casi, negativi. Gli storici dell’economia hanno aggiunto un ulteriore livello di lettura: quello delle risorse strategiche. Secondo analisi pubblicate da Foreign Affairs e The Financial Times, la politica estera americana degli ultimi anni — indipendentemente dai governi — è stata profondamente influenzata dal controllo delle rotte energetiche; dalla competizione globale per petrolio e gas; dalla corsa alle terre rare, fondamentali per tecnologie, armamenti e transizione energetica; dalla rivalità con Cina e Russia per l’accesso a risorse critiche. In questo quadro, la benedizione a Trump la si può interpretare come un gesto che rafforza l’alleanza con settori economici strategici legati all’energia fossile; legittima una postura aggressiva verso l’Iran, Paese chiave nel mercato energetico; consolida il legame con il governo israeliano, attore centrale nelle dinamiche mediorientali; mobilita un elettorato che vede la geopolitica attraverso una lente teologica. La fede, insomma, diventa un linguaggio che copre interessi economici globali: “una liturgia di potere travestita da preghiera”, come l’ha definita “The Atlantic” mentre The Washington Post ha parlato di “coreografia studiata per mobilitare un elettorato identitario.”

 

Parallelamente, i programmi di welfare hanno subito riduzioni o restrizioni, con conseguenze dirette per chi dipende da servizi pubblici come l’assistenza sanitaria, i sussidi alimentari o il sostegno alle famiglie con disabilità. Le principali misure economiche dell’amministrazione Trump — spesso sostenute anche da ambienti religiosi conservatori — hanno avuto effetti documentati sulle fasce più vulnerabili: la riduzione dei fondi per l’assistenza sanitaria; minori investimenti in programmi di sostegno alle famiglie e indebolimento delle reti di protezione sociale. La logica della trickle-down economy — secondo cui favorire i ricchi stimolerebbe la crescita generale — non ha ridotto le disuguaglianze, che negli USA continuano ad aumentare.  Le analisi economiche degli ultimi anni mostrano una tendenza chiara: i redditi più alti hanno registrato i maggiori benefici fiscali; i redditi bassi hanno visto aumentare il costo della vita più rapidamente dei salari; i programmi di welfare hanno subito tagli o restrizioni, accentuando le disuguaglianze sociali e d economiche.

 

Inoltre, va osservato che il rapporto tra politica estera statunitense e condizioni socio‑economiche interne è diventato sempre più evidente. La scellerata escalation militare in atto contro l’Iran e l’aumento della povertà negli Stati Uniti non sono fenomeni separati: si alimentano a vicenda, creando un quadro complesso in cui scelte geopolitiche e politiche economiche convergono, con effetti profondi sulla vita quotidiana di milioni di cittadini.

Tra le voci più critiche e dure verso la benedizione di Trump, mi piace qui ricordarne due: quella del teologo battista Russell Moore che ha definito la benedizione “un tradimento della tradizione battista”, ricordando che i Battisti storicamente “si sono opposti a qualsiasi fusione tra autorità religiosa e autorità civile”; e quella del giornale The Atlantic che ha parlato di “teologia dell’uomo forte”, una narrativa che “trasforma il leader politico in figura messianica.”

 

Sono critiche che non arrivano solo da ambienti progressisti, ma anche da settori conservatori e da teologi evangelici preoccupati per la deriva teocratica del movimento. Le critiche non si fermano alla dimensione religiosa. La benedizione arriva in un momento di tensione crescente tra Israele e Iran. Secondo Foreign Policy, la scena “rafforza il legame tra una parte dell’evangelicalismo americano e la linea dura del governo israeliano”, mentre il giornale israeliano Haaretz ha parlato di “teologia apocalittica trasformata in strategia geopolitica”. L’idea è che la benedizione non sia solo un gesto spirituale, ma un messaggio politico che legittima una postura aggressiva verso Teheran; consolida l’alleanza con il governo israeliano; mobilita un elettorato che vede il Medio Oriente attraverso una lente teologica. La direzione futura delle politiche economiche e sociali dipenderà anche da come evolverà il discorso religioso. Se la teologia della prosperità continuerà a esercitare un’influenza dominante, sarà probabile che lo Stato sociale rimanga limitato; che la responsabilità individuale continui a essere al centro della narrazione pubblica; che le disuguaglianze economiche vengano interpretate più come esiti personali che come problemi strutturali. Se invece le correnti critiche guadagneranno spazio, potrebbero emergere nuove richieste di politiche più inclusive, soprattutto in ambito sanitario, educativo e abitativo.

 

Le elezioni di medio termine, previste per il prossimo novembre si preannunciano estremamente combattute e dove ogni simbolo conta. E pochi simboli sono potenti quanto una benedizione religiosa negli USA di oggi. Chi trae vantaggio da questa sacralizzazione del leader?  Le elezioni di novembre diranno quanto la nuova “cintura Gott mit uns” avrà pesato sul destino politico degli Stati Uniti, dell’Occidente e non solo, quanto sarà ricordata come un atto di fede o come un atto scellerato di propaganda nel pieno di una guerra di cui non conosciamo gli esiti? L’Occidente saprà imparare dalla sua storia o è destinato a ripeterne gli errori? E quanto costa all’umanità tutta e al creato in termini di democrazia, giustizia e pace?

 

 

Giovanni Arcidiacono è stato per due mandati presidente dell’Ucebi, l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia

 

 

Foto: e