Serve una visione del futuro al di là delle medaglie

Olimpiadi invernali, luci e ombre, fra retorica, storie di vita e un’eredità da gestire

Alla fine si sono svolte e sono state un buon successo. Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 hanno visto un record di medaglie conquistate dall’Italia, con nuove discipline proposte (lo sci alpinismo, a esempio). Una copertura mediatica notevole, con qualche défaillance, ma complessivamente adeguata. Certo, la discussione tra gli appassionati rimarrà accesa a lungo sulla professionalità delle telecronache, sia della Rai sia delle altre emittenti. Ma tra le altre cose, l’incrocio tra le diverse fonti comunicative ha comunque permesso di cogliere i malumori, quando non gli aperti dissensi, di diversi atleti degli Stati Uniti nei confronti di quanto succede all’interno del loro Paese. Ha aperto un dibattito non certo facile sul ruolo di chi partecipa ai giochi olimpici: l’atleta ucraino che voleva ricordare sul suo casco amici e atleti del suo Paese, morti nella guerra scatenata dalla Russia, è stato squalificato. Però la Russia a queste Olimpiadi non era ammessa proprio perché ha scatenato una guerra ancora in corso. Una delle tante contraddizioni che continuano a contraddistinguere gli eventi sportivi internazionali. Contraddizione che si avvolgerà ancor di più su sé stessa quando, nelle imminenti Paralimpiadi, Russia e Bielorussia potranno partecipare ufficialmente con nome e bandiera.

 

L’innovazione nelle immagini, cui anche in questa edizione abbiamo assistito, non mi sembra sia andata di pari passo a un cambiamento nel racconto. In molte telecronache, ma anche nei servizi sulla carta stampata o nei post sui social, non si è riusciti a evitare stereotipi consueti, soprattutto di genere. Dalle espressioni “mammina volante” ai dettagli sul trucco sciolto dalle lacrime, o al reggiseno tecnico fatto intravvedere forse con malizia, ma poi diventato immagine amplificata all’eccesso. Cambiano le generazioni, ma il modo di raccontare con parole o con immagini deve probabilmente evolvere ulteriormente.

Non è però giusto generalizzare e credo che ogni spettatrice e ogni spettatore abbia trovato elementi che superano retoriche superate: a me vengono in mente innanzitutto una diversa prospettiva nel guardare fragilità e debolezze. I pianti di gioia o di dolore, trasmessi anche in diretta planetaria, hanno avuto, mi sembra un’accoglienza più consapevole, sul campo e tra gli spettatori. E personalmente mi sono emozionato nel vedere, soprattutto in certe discipline, l’affiatamento tra i diversi concorrenti, con una disinvoltura e una genuinità nel gioire insieme al termine delle diverse prove che porterei a esempio quando si parla di fair play e di spirito olimpico. Ma anche in qualche modo quando si parla di spirito di comunità, pur con tutti i distinguo e le cautele del caso. Perché il risultato rimane importante, ma non esaurisce senso e ruolo del singolo all’interno del gruppo che lo accoglie.

 

Impressioni, frammenti in un evento che trovo sempre più dispersivo: le Olimpiadi invernali, ma ancor quelle più estive, sono ormai un appuntamento complesso, estremamente affollato, che pone sfide logistiche e organizzative sempre più alte. Queste di Milano-Cortina si sono definite le prime “olimpiadi diffuse”. Da diverse edizioni, però, la quantità e la peculiarità delle diverse discipline previste impongono campi di gara in regioni, o addirittura continenti diversi. Non so se si riesce così a mantenere una delle caratteristiche che caratterizza l’evento olimpico, ovvero l’incontro tra soggetti diversi non solo per cultura e provenienza, ma anche per disciplina sportiva.

E sono ancora più perplesso quando penso che, alla presentazione della candidatura, si parlava di “Giochi sostenibili” o “a costo zero”. Da tempo climatologi e attivisti ambientali si chiedono se abbia ancora senso organizzare le Olimpiadi invernali, scegliendo tra l’altro luoghi dove il cambiamento climatico ha reso la neve merce rara e spesso artificiale. In più, possono chiamarsi “sostenibili” eventi dalla logistica complicata, che fa ancora largo uso di combustibili fossili e derivati del petrolio? Quella di Milano-Cortina non sarà stata un’edizione costosa come quelle organizzate in altri Paesi, ma questo non significa che le cifre spese siano state sempre giustificate.

 

Per il pubblico le Olimpiadi sono una “festa dello sport”; per atlete e atleti un impegno che da senso alla loro attività; per chi le organizza sono un modo per mettersi in mostra. E per i territori che le ospitano? Per ora sappiamo che complessivamente sono stati spesi tra i 5 e i 6 miliardi. Sono state realizzare alcune opere, soprattutto quelle che riguardano la viabilità, necessarie a prescindere dalle Olimpiadi. Altre opere sono una scommessa: a esempio, la nuova pista per il bob di Cortina, costata ufficialmente 118 milioni, non si sa se e quanto resterà attiva. Altre opere sono provvisorie: il Villaggio olimpico di Cortina, fatto di casette prefabbricate, verrà smontato e portato via. A Milano, tutti gli impianti che hanno ospitato le gare del ghiaccio al termine dei Giochi verranno destinate ad altro.

Qualche centro di ricerca ha quantificato un risultato comunque complessivamente positivo di tutta l’operazione, citando il “ritorno reputazionale”: per i territori che hanno avuto una copertura mediatica estesa e apprezzata grazie alle gare si prevede un significativo aumento dei flussi turistici nei prossimi anni. Per il Veneto si favoleggiano numeri di presenze con molti zeri da qui al prossimo decennio. Nel 1956 l’operazione funzionò per Cortina. Ora però la situazione è molto diversa: il tema è la gestione di flussi già abbondanti. Servirebbe una programmazione attenta, che riesca a distribuire le presenze in modo omogeneo e adeguato alle capacità ricettive del territorio. Una coraggiosa visione del futuro non è fondamentale solo per vincere le medaglie…

 

 

Foto: “Let the Games Begin” di Flickr, CC BY 4.0