Giorgio Zanchini: una festa del pluralismo
Il 17 febbraio visto “da fuori”, secondo appuntamento
Il 17 febbraio 1848 il re Carlo Alberto – attraverso le Lettere patenti – estendeva i diritti civili e politici ai valdesi prima e agli ebrei poi. Una tappa fondamentale che dimostra come la libertà religiosa sia una matrice e non un’appendice delle libertà civili.
Abbiamo posto alcune domande a Giorgio Zanchini, giornalista RAI, conduttore e autore, in questo speciale NEV per uno sguardo “da fuori” sul 17 febbraio.
Cosa vede lei nella ricorrenza valdese del 17 febbraio?
Mi sembra una data epocale, che credo produca una frattura simbolica prima ancora che giuridica. I valdesi, e poi gli ebrei, vengono riconosciuti come cittadini a pieno titolo. A pochi giorni dallo Statuto Albertino, il che mi pare importantissimo. Non sono né uno storico né un giurista ma mi pare una tappa decisiva della modernità italiana, la libertà religiosa smette di essere una concessione tollerata e diventa un principio ordinativo dello spazio pubblico. Non devo certo ricordarlo io a voi, ma quella della minoranza valdese è una storia di persecuzioni, resistenze, clandestinità. Il 17 febbraio non cancella quella storia, ma la trasforma. È un passaggio che riguarda tutti, non solo una confessione.

Pensa che sarebbe possibile considerare questa data come una “festa laica della libertà” per tutti e per tutte?
Mi piacerebbe davvero e sarebbe credo anche molto ragionevole. Il 17 febbraio segna il momento in cui lo Stato accetta di non coincidere con una sola verità religiosa. In questo senso la potremmo definire anche una festa del pluralismo. Non celebra una fede, ma il diritto di averne una, o di non averne alcuna. E avrebbe la forza di nascere da una minoranza. In fondo le società democratiche si misurano su come trattano le minoranze. Poi, certo, bisogna essere realisti e ammettere che sarebbe molto difficile, perché l’Italia resta un Paese culturalmente cattolico e il Parlamento riflette quella cultura.
Il concetto di libertà è vasto, ma possiamo descriverlo come capacità di pensare, di esprimersi, e di agire senza costrizioni… la libertà d’espressione vive oggi in precario equilibrio, e non solo in Italia…
Decisamente. Se guardiamo alle autocrazie possiamo consolarci e dirci che siamo fortunatamente ancora liberi, e tuttavia oggi ci sono sfide più subdole e pericolose di qualche anno fa. Il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”, con pochi oligopolisti che hanno un potere di controllo e gestione della rete, il caos, la polarizzazione, gli estremismi, le fake news e le post verità che la Rete stessa ha generato, e ancora le asimmetrie tra chi ha il potere e gli utenti comuni, ma anche i giornalisti, il cui lavoro è sempre più difficile e precario. Viviamo un paradosso: non siamo mai stati così esposti alla parola, ma la parola appare sempre più fragile. Non scordiamo che la libertà richiede condizioni culturali, educative, istituzionali che rendano possibile un confronto autentico. E le diseguaglianze contemporanee non aiutano.
Leggi anche la prima puntata dello speciale Il 17 febbraio visto “da fuori”. Dacia Maraini: la libertà come etica comune.