La Buona novella. Bruce in Minnesota

La rubrica della redazione dedicata alle buone notizie 

 

Ci sono dei momenti in cui la protesta, l’indignazione, la rabbia trovano una voce. The streets of Minneapolis è quella voce. Chi conosce Bruce Springsteen sa che non è nuovo alle critiche al potere. Una per tutte: la potente, acida versione di Johnny 99 dal palco di Pittsburgh, nel 1984, dopo che Reagan aveva cercato di arruolarlo alla sua causa. «Forse il Presidente non ha ascoltato questo pezzo», disse prima di attaccare.

 

Stavolta l’urgenza era ancora più forte. Di fronte a quello che da settimane accade in Minnesota, alla violenza degli uomini dell’Ice, «l’esercito privato di Re Trump», al terrore nelle strade d’America, alla paura dei migranti, ha ripreso in mano la tradizione delle fingerpointed songs, le canzoni che puntano il dito, che sono precisi atti d’accusa, quel filo rosso che lo lega a Guthrie, Seeger, Dylan, e ha dato un inno a chi scende nelle strade e anche a noi che assistiamo attoniti da lontano.

Anziano, magro, il volto rugoso, apparentemente fragile, nell’ultimo sabato di gennaio ha buttato giù una ballata rabbiosa e struggente, la domenica ha radunato la band, l’hanno suonata, e messa in rete. E lo smarrimento, il dolore, la solidarietà hanno trovato le parole. «Ricorderemo i nomi di quelli che sono morti nelle strade di Minneapolis, nell’inverno del ’26, ricorderemo Renée Good e Alex Pretti, e le impronte insanguinate dove doveva esserci pietà. Terremo la nostra posizione per questa terra e per lo straniero che è in mezzo a noi».

 

E il giorno dopo è apparso accanto a Tom Morello dei “Rage against the machine” al First avenue club di Minneapolis, in un concerto per le famiglie delle vittime. Leggete le migliaia di commenti sotto al video della canzone di Bruce, da ogni angolo del mondo, leggete quello che scrive chi è migrante: l’umana decenza.