L’Iran chiede libertà e diritti

Nel colloquio con Maryam Pezeshki, artista residente in Italia, si ripercorrono le manifestazioni del 2022, il ruolo delle donne, le speranze di un popolo. Un movimento che nasce “dall’interno”

 

Il 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate grandi proteste, rapidamente estese a decine di città e province. La scintilla iniziale è stata la grave crisi economica con un’inflazione oltre il 40%; il rial è in caduta libera e il potere d’acquisto è fortemente compromesso. La mobilitazione iniziale si è trasformata come in passato in una lotta politica con slogan contro la Guida suprema Ali Khamenei e con la richiesta di un cambiamento, quella di eliminare il regime attuale. Ne abbiamo parlato con l’artista, pittrice e scultrice iraniana Maryam Pezeshki, residente in Italia. 

 

La nuova protesta che invade le strade dell’Iran riporta alla mente i fatti del 2022 dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Una rivolta civile, allora come oggi, repressa pesantemente dal regime. Quali sono le analogie e quali le diversità rispetto a quella di quattro anni fa Pezeshki?

«Analoga è la volontà di ottenere libertà e diritti. Inedite, rispetto al passato, sono la ferocia e la violenza con le quali il regime attua la repressione. Ad oggi il numero di vittime è altissimo: quasi diciassettemila morti e trecentotrentamila feriti. Poi, la crudeltà. Le proteste in Iran, lo ricordo, non sono mai venute meno. Molte persone, donne e uomini, intellettuali, giornalisti, artisti, attrici, attori, nel passato hanno pagato il prezzo più alto per aver espresso il loro dissenso. Altri hanno sperimentato l’esilio necessario. Tuttavia, il loro coraggio e i loro ideali oggi vivono ancora nelle proteste e nella lotta della moltitudine di persone scesa per le strade iraniane».

 

La protesta significativa del 2022 aveva un corpo femminile come simbolo…

«Mahsa Amini rimane un vessillo di battaglia per le donne iraniane. Ma questa volta è stata l’inflazione a scatenare la scintilla della protesta. Le sanzioni Usa – che non hanno indebolito nel tempo le élite dello stato ma ampliato le disuguaglianze sociali – e i recenti attacchi americani amplificando ulteriormente l’attuale crisi economica, hanno scatenato la protesta condivisa da intere fasce di popolazione appoggiate dai giovani della generazione Z. Una protesta trasversale condivisa dalle minoranze religiose, etniche e partita da commercianti affiancati dalla borghesia intellettuale e da persone comuni. Una moltitudine civile che si è unita nella consapevolezza che questa potrebbe essere l’ultima occasione per liberare il Paese dal regime degli Ayatollah».

 

Lei è un’artista, pittrice e scultrice, l’arte, il teatro e il cinema sono sempre stati osservati in modo “speciale” dal regime, e dunque punibili se non allineati…

«Questa “attenzione” è – anche – uno dei motivi per cui vivo in Italia da tanti anni. Il mio attivismo per i diritti era considerato un problema dal regime teocratico islamico. Dall’Italia, paese nel quale risiedo, continuo a spendermi a tutela dei diritti del mio popolo e sono in contatto con amici, colleghi, compagni di scuola. Dai primi giorni di gennaio però non mi è stato più possibile contattarli a causa del blackout imposto dal regime alla rete internet e ai telefoni cellulari. Mia madre non la sento più da dodici giorni perché il regime le ha requisito il telefono. Le vecchie onde medie radiofoniche sono tornate ad essere un modo per comunicare e per eludere il controllo imposto dall’Ayatollah. Anche i telefoni rimasti e con costi delle chiamate saliti alle stelle, possono essere ascoltati dalle autorità iraniane. Dalle province del Lorestan e di Ilam dove la repressione è stata più dura e dove vivono minoranze etniche curde e luri mi sono giunti i racconti più raccapriccianti. Dal 31 dicembre 2025 la repressione ha colpito anche nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Fars, Kermanshah, Esfahan, Hamedan e Qom. Oggi è difficile anche per me poter dare aggiornamenti concreti su quanto stia accadendo».

 

Le donne sono protagoniste anche di questa nuova rivolta?

«Sì, la protesta è un’evoluzione della rivoluzione del 2022 partita con lo slogan: “Donna vita e libertà”. Una mobilitazione che oggi va oltre le differenze, nella consapevolezza che se cadrà il regime sarà necessario attivare un processo democratico per il futuro dell’Iran, possibilmente scevro da condizionamenti esterni. E dunque di dover gettare le basi per un referendum che porti al voto per decidere quale potrà essere il governo del futuro. La consapevolezza della società iraniana è cresciuta in questi ultimi anni ed è più attenta sia alla dimensione politica interna, sia a quella geopolitica».

 

Le sorti del Medio Oriente interessano il mondo intero. L’Iran è sempre stato un attore importante nello scacchiere internazionale…

«Per questo credo, seppur io non sia un’analista geopolitica, che quanto sta accadendo in questi giorni sia unico e irripetibile. Se non ora quando? La caduta del regime produrrebbe una nuova mappa geopolitica nel Golfo e nell’intero Medio Oriente. Non a caso il governo israeliano e l’amministrazione americana sono così interessati – e lo sono da tempo – alla costruzione di possibili futuri scenari».

 

La presidenza americana di Trump è – come lo sono state altre –, semplifichiamo, ingombrante. Shirin Ebadi ammonisce Trump e chiede di non scatenare guerre “per appoggiare la rivoluzione” e al contempo di “eliminare” l’Ayatollah… richiesta curiosa per un Premio Nobel per la pace…

«Bombardare l’Iran sarebbe un ulteriore disastro. La guerra non è mai una soluzione, semmai il contrario. Non entro nel merito dell’indicazione di Ebadi o di chi chiede in Iran un intervento Usa e nemmeno nella polemica di chi crede che dietro a queste nuove mobilitazioni vi sia la mano invisibile del governo israeliano e dall’America; sono convinta che la rivoluzione iraniana sia nata tutta all’interno».

 

Khamenei ha le ore contate?

«Alcune fonti dicono che il figlio abbia già fatto uscire 1,5 milioni di dollari dall’Iran, insomma, stanno dirottando all’estero “i loro” soldi. Forse, sentono scricchiolare la seggiola occupata».

 

Quale ruolo giocano le donne in questa nuova rivolta?

«Abbiamo visto nelle rare immagini giunteci dall’Iran tanti corpi maschili ammassati, ma non quelli dei cadaveri femminili… Si è recentemente appreso che i corpi delle donne vengono immediatamente prelevati dalle milizie per essere portati in luoghi segreti, per poi essere restituiti alle famiglie dopo il pagamento di un cospicuo riscatto». 

 

Dopo esser state uccise barbaramente, anche fonte di lucro. Vergognoso…

«Sì, questo è il regime che combattiamo e che non vogliamo. Sono strazianti le immagini inviate prima del blackout e che mostrano ragazze adolescenti e donne colpite a morte con proiettili diretti al volto con l’intenzione di uccidere o quantomeno deturpare i caratteri somatici, dunque l’identità. Un medico di un ospedale di Teheran ha ricordato di aver dovuto asportare in modo sbrigativo tanti bulbi oculari e di aver dovuto operare teste dilaniate da proiettili in condizioni difficili e inimmaginabili perché talvolta arrivavano anche 200 feriti contemporaneamente in ospedale con ferite gravi. Ha dovuto apportare cure spesso inadeguate o sbrigative per poter salvare la vita di queste persone».

 

Una tragedia. Né io né lei siamo analisti politici Pezeshki, tuttavia le chiedo: si è fatta un’idea su cosa potrebbe capitare in futuro?

«No, ma credo che questa potrebbe essere un’occasione concreta per rovesciare il regime, e nel caso ciò avvenisse sarebbe il popolo decidere se scegliere nuova monarchia o una repubblica costituzionale».

 

C’è chi evoca anche il ritorno dello Scià?

«Nelle piazze urlano il suo nome e gridano “viva lo Scià”, uno tra gli slogan più frequenti in queste ultime tre settimane. I tempi sono cambiati, gli iraniani sono cambiati rispetto a cinquant’anni fa. Chi inneggia allo Scià, non chiede una nuova corona ma un leader capace di gestire un Iran moderno: laico, democratico e aperto al segno dei tempi, ai diritti per tutte e tutti».

 

La legge vigente oggi in Iran è quella della Sharia interpretata dal regime in modo fondamentalista. Pensa si possa arrivare davvero a un cambiamento?

«Tutto cambia, tutto si può cambiare. Qualche giorno fa davanti all’Ambasciata della Repubblica Islamica di Roma c’erano anche tanti italiani solidali con l’Iran. Alcuni di loro si sono avvicinati e mi han detto “state sbagliando a sostenere la rivolta, perché l’Iran sarà fagocitato da attori interessati a ben altri interessi e diventerà come la Siria”. Preoccupazioni legittime, che comprendo, ma quando si vive in un paese dove il pericolo più grande è rappresentato da chi dovrebbe proteggerti non può esserci nulla di peggio. Neanche una possibile prospettiva siriana. Serve un regime change».

 

 

Foto di Matt Hrkac