Riconoscersi tra chiese

Intervista al teologo protestante André Birmelé in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

 

In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si terrà dal 18 al 25 gennaio sul tema “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4), abbiamo dialogato con André Birmelé, pastore luterano e professore emerito di teologia sistematica alla Facoltà di teologia protestante dell’Università di Strasburgo. Il contributo di Birmelé è stato rilevante anche in seno alla Comunione di chiese protestanti in Europa (CPCE) di cui la Chiesa valdese fa parte.

 

Professor Birmelé, qual è lo stato di salute dell’ecumenismo in Europa?

È la storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. È pieno se si confronta la situazione attuale con quella di cinquant’anni fa. Le Chiese della Riforma, i valdesi, i luterani e i riformati hanno firmato nel 1974 la Concordia di Leuenberg e si sono dichiarate in piena comunione. Nel 1997 si sono unite a loro le chiese metodiste e da allora formano la Comunione di chiese protestanti in Europa. Ci consideriamo un’unica Chiesa. Come laico o pastore posso passare da una comunità all’altra, ma resto sempre nella «mia» Chiesa, quella di Cristo. In diverse regioni (in Scandinavia, Germania o Francia) questa comunione è estesa agli anglicani.

Coloro che affermano che il bicchiere è piuttosto vuoto sottolineano le attuali difficoltà, che non sono trascurabili. Il problema principale è l’evoluzione della società. A differenza di vent’anni fa, i nostri contemporanei si chiudono in sé stessi, tendono ad essere egocentrici e individualisti, interpretano le differenze come aggressive, diffidano o addirittura rifiutano lo straniero… il populismo si diffonde. Le nostre Chiese non vivono fuori dal tempo ed è evidente che questa evoluzione sociale provoca anche al loro interno riflessi che si credevano superati.

 

Riusciamo a pregare insieme l’unico Signore della Chiesa e della storia, vale a dire Cristo? Come si impara a pregare insieme?

Sin dalla Riforma del XVI secolo insistiamo sul fatto che la Chiesa è nella sua essenza la comunione dei credenti che celebrano nella verità la parola e i sacramenti. Il culto è la prima preghiera dei credenti. Tra le famiglie della Riforma il culto comune, che non è altro che la confessione di Cristo Signore, è il fondamento della CPCE. Le nostre pratiche cultuali, le nostre liturgie non sono le stesse da una regione all’altra, le nostre spiritualità sono segnate dalla storia dei nostri paesi. Queste differenze non solo sono legittime, ma costituiscono anche una ricchezza. Esse esprimono la nostra comunione che si traduce in modi diversi a seconda del tempo e del luogo.

La nostra preghiera è comune. La preghiera comune è ampiamente possibile anche con i cattolici, gli ortodossi e i credenti di varie correnti che si definiscono evangelici senza però aderire alla CPCE. Numerosi eventi lo dimostrano e questo è motivo di gioia. Tuttavia, nonostante i notevoli progressi compiuti, la pienezza della preghiera comune non è ancora stata raggiunta. I nostri culti non sono ancora pienamente riconosciuti e si possono citare come esempi il Battesimo e la Santa Cena, dove non è data la piena comunione. Questo è il compito attuale degli sforzi ecumenici: raggiungere il pieno riconoscimento reciproco, riconoscere l’altra Chiesa come espressione autentica dell’unica Chiesa di Gesù Cristo. Passi concreti come la Dichiarazione comune sulla giustificazione firmata con Roma nel 1999 esprimono un consenso nella comprensione della salvezza in Cristo. Questa svolta nel dialogo con Roma deve ora essere estesa ad altri ambiti della fede.

 

È ancora possibile l’unità dei cristiani intesa come testimonianza in una società secolarizzata?

L’unità dei cristiani non è una preoccupazione della nostra società divisa. Del resto, non lo è mai stata. Questo fatto non deve impedirci di testimoniare. Noi siamo, secondo il messaggio biblico, il sale della terra. Diamo segni del Regno in tutti gli ambiti della nostra vita personale ed ecclesiale. Molti sono ignorati, alcuni però sono percepiti e compresi. I nostri contemporanei non sono tanto interessati alla nostra vita cultuale quanto ai dati visibili che cambiano il volto del mondo. Si possono citare molti esempi nel campo della diaconia, dell’educazione, della vita sociale, che sono il risultato di un impegno cristiano. Sta a noi non allentare i nostri sforzi e, come Sisifo, ricominciare ogni giorno. Questa è la nostra missione, la nostra risposta a Dio che ha solo le nostre bocche, le nostre orecchie, i nostri occhi, le nostre mani e i nostri passi per far avanzare il suo Regno.

 

Ci dica tre parole ispiratrici per celebrare l’unità nella diversità…

La prima parola è riconoscenza. Grazie per il cammino che abbiamo potuto percorrere sulla via dell’unità. Non ne siamo gli unici artefici. Siamo stati solo collaboratori dello Spirito Santo. Egli ha aperto i cuori e ha posto fine a molte rigidità ecclesiali.

La seconda parola è perseveranza. Non c’è motivo di disperare nonostante alcune difficoltà. A un periodo più difficile seguirà sempre un nuovo cammino, illuminato da luci che aprono l’orizzonte. Non è tanto una nostra volontà, quanto quella di Dio.

La terza parola è fiducia, una fede salda in Dio che sostiene ogni nostro passo. Non si potrebbe dirlo meglio dell’apostolo Paolo: «Sono infatti persuaso… che nulla potrà separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 31-39).

 

Da chiesavaldese.org