A Briançon il sindaco fa abbattere il cippo in ricordo dei caduti alle frontiere

Un piccolo memoriale ricordava le persone migranti morte sulle Alpi. Una nuova installazione è già stata collocata

 

La cattiveria e la grettezza stanno nelle piccole meschinità. Nella storia abbiamo esempi infiniti in tal senso.

Martedì 26 marzo 2024, il sindaco di Briançon Arnaud Murgia ha chiamato i servizi tecnici della cittadina francese, appena al di là del confine con il Piemonte, sulle Alpi. Scortati dalla Polizia per distruggere il monumento ai caduti alla frontiera, eretto alla Porte de Durance, una delle entrate alla splendida città vecchia, la Citè Vauban, dal nome dell’ingegnere del Re Sole che ideò questo imponente complesso di fortificazioni, dal 2008 patrimonio Unesco.

Appaiono non sorpresi i gruppi formali e informali che nell’intera provincia denunciano l’inumanità delle politiche di gestione del fenomeno migratorio e si dicono determinati a difendere la memoria di coloro che su questi sentieri hanno perso la vita, l’ultimo il 29 ottobre scorso.

Secondo i testimoni, intorno alle 7 del mattino, sotto la neve, il monumento, un piccolo cippo sul modello degli omini in pietra, tipiche costruzioni informali che siamo soliti vedere sulle vette dei monti, è stato distrutto con un escavatore dagli agenti del servizio tecnico della cittadina, meta sciistica.

Il giorno seguente una delegazione di cittadini solidali e rappresentanti di associazioni, fra le quali la protestante “Cimade” e “Tous Migrants” (che in queste terre sta compiendo un incredibile lavoro di accoglienza, sostituendosi di fatto alla latitanza completa delle politiche di accoglienza francesi), ha tentato invano di avere un incontro con Murgia.

 

Appena due giorni prima ero stato sul luogo e ho incontrato donne e uomini, giovani e pensionati, che dandosi il cambio mantenevano un presidio fisso per informare i passanti sul significato di quel mucchietto di pietre, di quei fiori, di quelle scarpe abbandonate e diventate parte del memoriale.

Un mucchietto di pietre che non ostacolano alcun passaggio, non rappresentano alcun pericolo, ma vogliono ricordare che anche qui, fra le piste da sci e le cabinovie di nuova generazione, muoiono persone in cammino, in cerca di un futuro.

 

Il monumento era stato eretto il 6 febbraio, a dieci anni da quel 6 febbraio 2014 quando più di 200 persone, partendo dalle coste marocchine, tentarono di raggiungere a nuoto la spiaggia di Tarajal, nell’enclave spagnola di Ceuta. Per evitare che arrivassero in “terra spagnola”, la Guardia Civil utilizzò attrezzature antisommossa e anche i soldati marocchini presenti non soccorsero le persone che stavano annegando davanti a loro. Quindici corpi vennero ritrovati sul versante spagnolo, decine di altri scomparvero, i sopravvissuti vennero respinti, alcuni per morire sul versante marocchino.

 

Dieci anni durante i quali il numero dei morti e dei dispersi ha continuato ad aumentare, nel Mediterraneo e sulla rotta delle Canarie, all’interno delle frontiere interne dell’UE, nella Manica, alle frontiere orientali, lungo la rotta dei Balcani, o nel deserto del Sahara e lungo qualsiasi altra traiettoria di mobilità. 

 

Dieci anni durante i quali le associazioni, le famiglie e tutti coloro che si battono per il diritto alla mobilità per tutte e tutti hanno continuato a chiedere verità e giustizia per queste vittime, a evidenziare le responsabilità dirette e indirette del regime delle frontiere, a lavorare per dimostrare queste responsabilità e sostenere le famiglie e i propri cari nel doloroso viaggio di ricerca dei dispersi e di identificazione delle vittime.

 

Blessing, Mamadi, Mohamed, Douala, Tamimou, Mohamed, Mohammed, Fahallah, Ullah, Moussa, Mohamed, Mahadi. Questi i nomi delle 12 persone morte o scomparse mentre cercavano di raggiungere la Francia dall’ Italia tra maggio 2018 e ottobre 2023. «12 nomi che non vogliamo dimenticare. 12 nomi incisi sul monumento» mi raccontano.

 

«Dopo questo nuovo tentativo fallito di scambio, non possiamo che ripeterlo e rammaricarcene: il sindaco di Briançon si chiude nel rifiuto del dialogo. Di fronte a questo attacco al dovere di ricordare, rimaniamo determinati a difendere la memoria delle persone che sono morte sulla via dell’esilio.

«Cosa impedisce al sindaco di consentire il mantenimento di questo memoriale? Perché non ha mai avuto una parola, un omaggio per gli esuli che morirono alle porte della sua città? ».

Un nuovo tumulo di tributo è già stato eretto spontaneamente.