Dopo il «Patto per un islam italiano», sottoscritto a febbraio dal Governo e da diverse associazioni musulmane attive nel nostro Paese, il cammino dell’Islam nazionale verso un’Intesa con lo Stato non è ancora concluso: il lavoro prosegue su diversi livelli, tra cui quello locale.

Il 17 maggio, per esempio, all’Università degli Studi dell’Insubria di Como, ci sarà un incontro dedicato proprio al “Patto”. Questa iniziativa si inserisce nella strategia di diffusione e conoscenza sul territorio nazionale di questo primo passo istituzionale verso una possibile Intesa tra lo Stato e i musulmani in Italia.

Negli ultimi giorni, intanto, è nata l’Assemblea Costituente islamica, una piattaforma di partecipazione che cerca un tipo di rappresentanza diverso rispetto a quella del “Patto”, per discutere con il governo di Intesa. Tra le critiche mosse al modello precedente c’è la selezione dei soggetti che sviluppano i rapporti con il Governo italiano. «Un fenomeno nuovo e interessante – secondo Paolo Naso, coordinatore del Consiglio per le relazioni con l’islam italiano – «tuttavia, forse non era la cosa di cui c’è più bisogno in un momento così complicato».

Lo stesso Naso sarà tra i relatori dell’appuntamento del 17 maggio nel quale la firma di febbraio si trasforma in dibattito pubblico sul territorio.

Com’è proseguita l’esperienza del Patto per un Islam italiano da febbraio ad oggi?

«È andata avanti molto creativamente su tre piani: la diffusione a livello territoriale del patto, per cui le stesse organizzazioni che lo hanno sottoscritto a livello nazionale ora lo stanno diffondendo a livello locale: un modo di calarlo dentro i territori dove le comunità islamiche vivono ed operano. In secondo luogo stiamo lavorando a un importante appuntamento a giugno con i giovani; anche considerando che il tema del rapporto con le seconde generazioni è molto delicato, abbiamo deciso di organizzare un grande evento di incontro tra il ministro dell’Interno e le realtà dell’associazionismo giovanile islamico. La terza cosa, forse la più importante, è che siamo entrati in un terreno molto specifico che è quello dell’Intesa: per la prima volta per bocca di un ministro, in seguito alla nostra azione, si parla esplicitamente dell’avvio di un percorso di Intesa con l’islam italiano, tema che - come è noto - è molto complesso, su cui ci sono delle pregiudiziali a monte, la più nota delle quali è che l’Intesa non si possa fare perché i musulmani sono frammentati. Il nostro Consiglio ha cercato di indicare una direzione per affrontare questo nodo, il ministro l’ha accolto, e dunque siamo in una fase laboriosa, interessante e creativa di ragionamento su come arrivare a un’Intesa con la seconda comunità di fede per numero di adepti in Italia».

L’Islam italiano, se non frammentato, sicuramente è diverso al suo interno, ma come altre confessioni…

«Appunto: come altre confessioni. Non si capisce perché esistono due intese con due diversi enti buddisti, o cinque con le chiese evangeliche in Italia, come ce ne saranno due con organismi ortodossi, e non ci possano essere più accordi con diversi organismi islamici. Detto questo, però, bisogna vedere se è pratico e utile avere questa frammentazione. Io difendo il principio delle molte intese, ma nella pratica sono impegnato in un’attività di ragionamento con le diverse associazioni islamiche in Italia per valorizzare il dato politico più importante, cioè il fatto che queste associazioni non si erano mai relazionate l’una con l’altra, oppure avevano vissuto anche antagonismo esplicito l’una con l’altra, e in occasione del Patto si sono ritrovate insieme. Un patrimonio di coesione che vale la pena non disperdere. Prima di incamminarsi in strade tortuose per diverse intese che potrebbero intralciarsi a vicenda, verifichiamo con coerenza e senso di responsabilità se ci sono i margini per un’Intesa unitaria che avrebbe tempi più brevi e una forza interiore superiore ad altre».

Cosa porta concretamente l’Intesa nella vita dei musulmani in Italia?

«Porta a un insieme riconosciuto di diritti e di doveri, che sono quelli di stare a pieno titolo nello spazio pubblico italiano. Doveri, come partecipare in modo responsabile al dibattito pubblico, alla vita sociale, alla vita culturale. Dal punto di vista dei diritti, per esempio, significa poter esercitare liberamente il culto nelle forme organizzate, aprire moschee, avere ministri di culto che possono celebrare matrimoni che abbiano effetti civili, avere riconoscimento di titoli accademici rilasciati da istituti universitari islamici, avere la possibilità di creare convenzioni con università islamiche straniere, oppure la possibilità di accettare l’8xmille. Un sistema complessivo che l’Italia conosce dal 1984 e che riconoscerà che la comunità islamica ha un ruolo, uno spazio e una funzione importante nella società italiana, sia per la sua storia culturale, spirituale e teologica, sia per la sua dimensione sociale e la sua capacità di integrare».

Da poco è nato un movimento per un’assemblea costituente islamica che ha lo stesso obiettivo ma modalità diverse: potranno incontrarsi queste strade così lontane?

«Si tratta di un fenomeno nuovo e interessante da monitorare. Tuttavia dobbiamo partire dalla situazione sul campo: in Italia esistono almeno quattro associazioni che hanno un radicamento sociale riconosciuto, alcune di queste vantano rapporti con 400 moschee su circa mille luoghi di preghiera islamici in Italia e gestiscono il rapporto con il 90% dei centri islamici a livello nazionale. Il fenomeno della costituente islamica è un fenomeno mediatico, per ora, una piattaforma sulla quale si vuole costruire un islam più legato agli individui che non alle associazioni, dunque c’è un elemento di interesse. Dal punto di vista formale e giuridico, indubbiamente l’ordinamento italiano fatica ad accettare questa come una realtà organizzata: la procedura per arrivare alle intese prevede il riconoscimento giuridico di un ente, mentre una struttura che si organizza sul web è molto difficilmente immaginabile come una struttura che ha sedi locali necessarie per avere il riconoscimento giuridico dei ministri di culto, anche questi necessari. È un fenomeno interessante, ma mi chiedo se fosse la cosa di cui c’era più bisogno in un momento così complicato in cui da una parte abbiamo dei venti islamofobici preoccupanti che arrivano dall’Europa, e in cui l’islamofobia non è un problema risolto. Dall’altra siamo di fronte a una particolare vicenda italiana in cui si è aperta una finestra di opportunità, per cui istituzionalmente per la prima volta, come mai era accaduto, il governo decide di parlare dell’Intesa con l’islam. In questo momento avremmo bisogno di massima coesione e di un atteggiamento molto responsabile e maturo da parte delle leadership musulmane in Italia, che hanno avuto un ruolo eccezionale nel contenere fenomeni di radicalismo islamico. La ragione per cui oggi siamo più avanti è perché le istituzioni italiane riconoscono che le comunità islamiche hanno fatto la loro parte, hanno creato una leadership matura che sta portando avanti un islam coerente con i principi dell’ordinamento italiano, della vita democratica e della convivenza multietnica e multireligiosa. In questo quadro la speranza è che questo beneficio possa strutturarsi in una forma organizzativa che consenta una trattativa più veloce per l’Intesa rispetto a come è successo per altre confessioni».

Da febbraio il clima politico è cambiato: quali sono gli spazi di agibilità di questo lavoro oggi?

«Certamente viviamo in una situazione difficile, ma i temi del pluralismo religioso sono da sempre controversi in un Paese come l’Italia. Non è semplice assumere il fatto che non c’è più la religione degli italiani, ma esistono le religioni e le chiese e altre confessioni. Il lavoro compiuto dal ministero dell’interno nei confronti dell’islam è sicuramente interessante, così come anche il fatto che negli ultimi anni si siano approvate nuove intese come quelle con Soka Gakkai, un organismo buddista non all’interno della tradizione giudaico-cristiana. L’Italia sta assumendo un paradigma plurale anche quando racconta delle religioni. A tutto questo però, talvolta si risponde con un dibattito politico squinternato, che mette in discussione diritti fondamentali».

A proposito di pluralismo, la sentenza della Corte di Cassazione sulla questione del kirpan indiano e soprattutto il concetto che i migranti debbano conformarsi ai nostri valori, minaccia la libertà religiosa?

«La sentenza di ieri della Cassazione è molto problematica, non perché nega di portare il coltello rituale. Il tema centrale è il corollario complessivo che il magistrato fa nella sua sentenza in cui oltre a dire “no” all’oggetto – scelta discutibile, ma legittima – inizia a dire cosa debba essere l’integrazione e che gli immigrati si debbano adattare ai valori, piuttosto che alle norme. Andiamo su un terreno scosceso e in contrapposizione ad alcune linee guida europee, come i principi comuni di base del 2004 in cui si afferma un modello di integrazione che è un modello dinamico, non solo assimilazione degli stranieri ai principi e alla norme dei paesi nei quali arrivano, ma un percorso comune. L’elaborato ideologico che il magistrato accompagna al dispositivo è preoccupante, compie un’invasione di campo nella politica dove sa che troverà degli interlocutori. Si perderà tempo a discutere di queste tematiche, ma le urgenze in Italia sono altre e meriterebbero un passo più spedito».

Immagine: di Nev - Notizie Evangeliche

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