La richiesta dello studente liceale Bernard Dika, presidente del “Parlamento degli studenti di Toscana”, fatta alla ministra dell’istruzione Valeria Fedeli, di dare più spazio e attenzione alla storia contemporanea è stata l’esca per porre antiche domande che periodicamente le generazioni si pongono: è utile ricordare il passato? Come ricostruirlo? Perché non dimenticarlo e concentrarsi invece sul presente per capire come vivere al meglio insieme e risolvere i conflitti che travagliano molti punti caldi del mondo? Soprattutto la storia “antica” sembra non servire più, sembra un lusso per specialisti mentre le scuole, si dice sovente, dovrebbero concentrarsi sulla decifrazione dell’attualità politica e sociale. La questione, molto complessa, non può essere risolta da un piccolo scritto che, tuttavia, potrebbe essere utile per cominciare a chiarirne alcuni aspetti.

In primo luogo sapere la “storia” è un desiderio profondo dell’essere umano, anche se non ne è pienamente consapevole. Conoscere cosa hanno combinato i nostri simili prima di noi, capire cosa ci hanno lasciato, leggere in un oggetto usi diversi da quelli che gli attribuiamo oggi, conservare strumenti di antichi mestieri ormai scomparsi e scoprire, per esempio, il ruolo della diplomazia anche per gli esiti di una guerra, tutto questo entra dentro di noi in vari modi. Dal documentario all’archivio, da un centenario riproposto a un museo, anche se non vogliamo vederla, la Storia entra nella nostra vita quotidiana perché come dice Marc Bloch: «la storia vuol cogliere gli uomini al di là delle forme sensibili del paesaggio, degli arnesi o delle macchine, degli scritti in apparenza più freddi e delle istituzioni in apparenza più completamente staccate da coloro che le hanno create». Insomma, si vuol sapere, in primo luogo da parte degli storici, di cosa è fatta la “carne umana”. E la storia è, appunto, “carne umana”, sottoposta alle sue contraddizioni e alla sua complessità.

E qui veniamo al secondo punto da evidenziare. Essere “carne umana” significa che per interpretarla occorrono molte categorie di analisi, in particolare tutte quelle offerte dalle scienze umane (linguistica, antropologia, etologia, psicanalisi ecc.). Specialmente dagli anni sessanta del novecento, tale interdisciplinarietà fruttò la scoperta di nuove fonti storiche prima ignorate, sia materiali (la scrittura familiare, la cultura materiale, i comportamenti di massa e non solo delle istituzioni politiche e religiose, ecc.), sia relative a nuovi soggetti sociali (donne, giovani, popoli “senza scrittura”, ecc.), gli stessi che stavano facendosi sentire con lotte e rivendicazioni di diritti e identità.

Infine, terzo punto di riflessione, la storia è dentro di noi, attraverso il DNA genetico e anche quello culturale. Così come si stratifica nei paesaggi, la storia si stratifica dentro di noi, con comportamenti, paure, slanci e passioni che, se indagati, rivelano origini molto lontane nel tempo. Un esempio importante per il mondo protestante è di certo la storia valdese che è diventata parabola di resistenza. Forse poco approfondita dal punto di vista storico scientifico, certo è penetrata, soprattutto alle Valli valdesi del Piemonte, nella trasmissione familiare attraverso il suo paesaggio e le storie che gli anziani hanno sempre raccontato.

E’, dunque, in questo grande serbatoio del corpo sociale, ovunque si trovi, che comprende tutte le epoche, dai primitivi ai giorni nostri, che si accumulano anche le riserve di speranza di una comunità umana. Come affrontarle? Con metodo e spirito di ricerca, con curiosità e costanza proprio, come dice ancora Bloch, al pari di un orco della fiaba che dove fiuta “carne umana”, là insegue la sua preda! Ed è questo che le scuole di ogni ordine e grado devono insegnare: attrezzare i discenti a “entrare” nella grande mappa della Storia che mai si riuscirà a conquistare del tutto, proprio come il mondo che si può conoscere in profondità solo in qualche sua terra.

Immagine: via Pixabay

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