La radice del processo europeo

Rubrica «Essere chiesa insieme», a cura di Paolo Naso, è andata in onda domenica 2 aprile durante il «Culto evangelico», trasmissione di Radiouno a cura della Fcei

Nei giorni scorsi l’Europa ha commemorato i sessant’anni dai Trattati di Roma, i primi accordi internazionali che hanno portato alla costituzione della Comunità economica, prima, e dell’Unione europea, dopo. Tutti gli eventi hanno avuto un doppio registro: da una parte, la celebrazione di un processo che ha garantito pace e stabilità; dall’altra, la coscienza della difficoltà in cui l’Unione si dibatte. L’ideale europeo oggi è appannato. In alcuni paesi le spinte nazionalistiche hanno conquistato ampi settori dell’opinione pubblica. L’idea comune è che da soli gli Stati del Vecchio Continente possano fare meglio che insieme, che la burocrazia di Bruxelles sia un peso e non una risorsa, che piuttosto che costruire l’Europa multietnica e interculturale ogni Stato debba celebrare la propria identità. Una variabile non secondaria di questo neo-nazionalismo è che ogni Stato debba contrastare la presenza dei musulmani e riscoprire le proprie radici cristiane.

Nulla di nuovo, si potrà obbiettare, ma il successo di queste idee in alcuni paesi dell’Unione desta più di qualche preoccupazione. Il fatto che talora queste idee vengano espresse da leader politici di tradizione cristiana – cattolica in Polonia o protestante in Ungheria – non attenua la preoccupazione, ed anzi la rende più acuta. L’impegno dei neo-nazionalismi europei in un campo di battaglia religioso, magari per riaffermare le radici cristiane del continente, delinea uno scenario minaccioso e inquietante. L’Europa ha bisogno d’altro; ha bisogno di ritrovare le sue radici più profonde, il senso stesso della sua identità come unione di popoli e culture che, come si legge nel Preambolo del Trattato costituzionale alla base dell’Unione, intendono costruire un futuro comune.

Nei giorni delle celebrazioni dei sessant’anni dai primi trattati europei, molti cristiani hanno pregato. Lo hanno fatto pubblicamente e ecumenicamente, come è avvenuto a Roma presso la basilica dei XII Apostoli, il 24 marzo. Più in generale, le chiese protestanti europee hanno espresso preoccupazione per questa Unione, per come si sta costruendo e sviluppando; ma al tempo stesso hanno voluto rilanciare l’idea dell’Europa. Lo hanno fatto da sempre. L’ex-presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ripete spesso che considera Resistenza e resa, il celebre saggio del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, la radice del processo europeo. Ed è ben noto che fossero cristiani molti dei padri fondatori dell’Europa; tra di essi anche il valdese Mario Alberto Rollier, autore di uno schema di costituzione federale europea, o europeisti convinti come Jacques Delors, un cattolico molto attento all’ecumenismo e al ruolo delle comunità di fede nella costruzione della casa comune europea. Proprio a lui si deve l’appello a dare un’anima all’Europa. E forse è da qui che l’Europa deve ripartire: dalla ricerca della sua anima. La troverà nella memoria dei suoi tragici errori, ma anche degli slanci che le hanno permesso di abbattere muri e costruire relazioni di amicizia tra Stati e popoli che si sono combattuti. La riscoprirà valorizzando quel pluralismo culturale e religioso che ha faticosamente conquistato, rafforzando quell’impegno per i diritti umani che essa per prima ha scoperto e affermato.

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