Il Sinodo generale della Chiesa di Inghilterra, riunito alla Church House a Westminster (Londra) dal 13 al 17 febbraio, ha bocciato il controverso documento sull’omosessualità e sui matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Il report, frutto di tre anni di intense discussioni interne e di divisioni che appaiono insanabili, chiedeva alla Chiesa anglicana di adottare un «tono nuovo e una cultura dell’accoglienza e del sostegno» verso le persone omosessuali, confermando però la posizione ufficiale della chiesa che vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso e al clero gay di sposarsi, in quanto l’unione «indissolubile e che dura tutta la vita» riconosciuta dalle Scritture rimane quella tra un uomo e una donna.

Oltre quattro ore sono state dedicate al dibattito sul documento. Prima del voto l’arcivescovo Justin Welby, che ha preso la parola per ultimo, ha fatto un forte appello ai 400 leader della Chiesa riuniti presso la Church Hall, invitando la Chiesa ad approvare il documento e a sostenere una «radicale e nuova inclusione cristiana». «Credo fermamente che il documento sia una base per andare avanti. Una buona base, una road map», ha affermato il primate della comunione anglicana.

Sebbene complessivamente i voti a favore del documento siano stati più numerosi di quelli contrari (242 voti favorevoli; 184 contrari; 6 astenuti), secondo le regole della Chiesa anglicana, per essere approvato, il documento doveva raggiungere una chiara maggioranza in tutte e 3 le camere (vescovi, clero, e laici). Invece, nella Camera del clero, 93 membri hanno votato a favore, 100 contro, e due astenuti.

Il risultato del voto è stato accolto con grande soddisfazione da coloro che sono a favore dell’uguaglianza del matrimonio omosessuale.

La questione sull’omosessualità – da decenni oggetto di un aspro dibattito interno alla Comunione anglicana mondiale, che in questi ultimi anni ha minacciato di dar luogo ad uno scisma tra l’ala più conservatrice e quella più liberale – ha dominato i lavori del Sinodo: circa un partecipante su tre ha chiesto di prendere la parola, e diverse sono state le testimonianze personali di lesbiche e gay.

Simon Butler di Southwark, membro apertamente gay del Sinodo, ha detto che «solo quando c’è la frattura, possono emergere nuove possibilità». Mentre Lucy Gorman di York ha detto: «fuori da queste mura, siamo percepiti come mancanti di amore». Non c’è da stupirsi, ha aggiunto, che meno giovani vengano in chiesa. «Perché la gente dovrebbe far parte di una chiesa che è apparentemente omofoba?».

Molti gli interventi anche degli appartenenti all’ala conservatrice della chiesa. Paul Bayes, vescovo di Liverpool, ha dichiarato: «Io rispetto la rabbia della comunità LGBTI che vede in questo documento delle pietre dure, mentre cercavano pane». Nell’esortare il Sinodo ad approvare il rapporto, ha incoraggiato il clero ad esercitare la massima libertà all’interno della dottrina esistente. Il documento, ha detto, «non può, non sarà e non dovrà segnare la fine del cammino» sulla controversa questione.

Dopo il voto, Ozanne, un leader attivista per i diritti gay al Sinodo, ha dichiarato: «Sono entusiasta che il presente documento sia stato respinto. Non vediamo l’ora di lavorare insieme per costruire una chiesa che sia abbastanza ampia per accogliere la diversità di vedute che esistono al suo interno, coraggiosa per affrontare le profonde divisioni che esistono tra noi, e abbastanza amarevole per accettare l’altro come uguale membro del corpo di Cristo».

Si profilano tempi difficili per l’arcivescovo Justin Welby, che in questi anni ha tentato con convinzione di tenere insieme due realtà che sembrano già procedere su binari differenti. Prima del voto, Welby aveva detto: «Il fatto che trattiamo questo argomento con profondo disaccordo... è la sfida che abbiamo di fronte», aggiungendo che la Chiesa non deve essere «né incurante della nostra teologia né ignorante del mondo intorno a noi». Nei prossimi mesi si vedrà se la massima autorità della Comunione anglicana mondiale saprà compiere questa importante opera di mediazione per evitare uno scisma che sembra ormai annunciato.

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