Gesù, bambino in fasce, è sdraiato sulla mangiatoia, riscaldato dal fiato delle narici di un asino e di un bue; accanto a lui è seduta Maria, con una mano al mento in atteggiamento preoccupato; Giuseppe, giovane imberbe, gioisce per la sopraggiunta paternità; tre Magi, visibilmente eccitati, indicano una stella apparsa nel cielo. Queste figure, disposte su due registri sovrapposti, compaiono in un rilievo scolpito su uno dei lati di un sarcofago conservato al Museo di Arles, in Provenza, risalente al IV secolo. Prima raffigurazione nota della Natività, essa ci rammenta che la prima arte cristiana sarebbe stata un’arte funeraria, poiché fino all’VIII le immagini compaiono principalmente legate ad affermazioni della fede in occasione di esequie e nei luoghi che conservano le spoglie dei fedeli (al punto che alcuni sarcofagi conservati al Museo del Laterano sono stati qualificati come «dogmatici» per la loro sintesi degli elementi essenziali della fede cristiana).

In questo senso, le bende che avvolgono Gesù e il volto pensieroso di Maria sono già chiare prefigurazioni della morte e resurrezione di Cristo e, al contempo, allusione al destino del defunto collocato nel sarcofago. A partire da questo primo esempio noto, François Boespflug (già autore del monumentale Le immagini di Dio. Una storia dell’Eterno nell’arte, pubblicato da Einaudi nel 2012) ed Emanuela Fogliadini (studiosa delle immagini in ambito bizantino-ortodosso) illustrano con altre 25 immagini la Natività di Cristo nell’arte d’Oriente e d’Occidente*, dall’arte paleocristiana a oggi, mettendone in evidenza gli elementi ricorrenti e le «innovazioni» iconografiche.

Seppure non fu una dei primi soggetti dell’arte cristiana (fra gli altri, la stessa Adorazione dei Magi la precedette), la Natività di Cristo cominciò a farsi strada nell’arte medievale, con l’innesto di particolari narrativi e simbolici che andarono ad arricchire la figura centrale di Cristo nato da Maria. Di questo processo storico gli autori sottolineano opportunamente la «caratteristica “agglutinante”» del tema della Natività, in particolare in area bizantina, copta e russa, dove una certa fissità iconografica riflette determinate costanti teologiche e liturgiche. Al contrario, nell’Occidente latino, la maggiore libertà concessa agli artefici nella scelta dell’approccio al tema e del contesto in cui la scena viene collocata, si accompagnò alla possibilità di introdurre indagini di carattere psicologico nei personaggi raffigurati: la valorizzazione dell’umanità di Gesù, promossa anche dall’ordine francescano con l’introduzione del presepe nella celebrazione natalizia, contribuì a mutare lo schema iconografico, con il rischio di scadere talvolta nel sentimentalismo, riducendo la Natività alla celebrazione della nascita di un bambino e della vita famigliare, a scapito della dimensione teologica dell’avvenimento.

Il rapporto e gesti fra Gesù e Maria; l’iconografia di Giuseppe; la presenza o meno di Dio (e il legame fra Cielo e Terra); gli spazi e i contesti della raffigurazione; gli elementi simbolici, i gesti e gli sguardi (mani giunte, sguardi rattristati, capo scoperto o velato, posture dei corpi…); i ruoli e le gerarchie dei personaggi; la presenza dei testimoni; il rapporto fra nascita di Gesù, Passione, morte e Resurrezione, fra maternità e verginità, fra incarnazione e realtà umana, sono soltanto alcuni degli elementi che rendono variegata e interessante la storia del tema della Natività nella più ampia storia del Cristianesimo occidentale e orientale proposta nella sintetica, ma articolata e problematica, trattazione dei due autori.

* François Boespflug, Emanuela Fogliadini, La Natività di Cristo nell’arte d’Oriente e d’Occidente, Milano, Jaca Book, 2016, pp. 136, euro 18,00.

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