Dal 31 ottobre il Libano ha un nuovo presidente, o forse bisognerebbe dire “ha di nuovo un presidente”. La notizia, di per sé, potrebbe sembrare qualcosa di scontato, ma diventa più significativa se si pensa che da oltre due anni a Beirut mancava un capo di Stato. La nomina sembrava essere diventata impossibile a causa di un Parlamento che per 30 mesi non è riuscito, per mancanza di capacità o di volontà, a trovare un accordo sul nome, a causa delle divisioni tra le diverse fazioni, rappresentanti delle principali potenze che da anni si oppongono in Medio oriente: l’Iran e l’Arabia Saudita.

Come previsto da gran parte degli osservatori, il nome su cui una netta maggioranza di deputati ha deciso di convergere è stato quello di Michel Aoun, cristiano maronita già presidente del Paese ad interim nell’ottobre del 1990, una figura che racchiude in sé gran parte delle contraddizioni e della capacità di resistere del Libano e della sua società.

Secondo Marco Pasquini, direttore della cooperativa Armadilla, che da anni lavora tra Libano e Siria per cercare di costruire spazi di normalità in un contesto che normale non è e non può essere, sostenuta anche dai fondi dell’Otto per mille valdese, «in questo momento storico Aoun è l’unico personaggio sufficientemente apprezzato da entrambe le coalizioni».

La situazione, infatti, era congelata dalla metà del 2014, ovvero da quando lo stesso Michel Aoun si era candidato alla presidenza come esponente della coalizione sunnita 14 Marzo, guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri e sostenuto dall’Arabia Saudita. In quel contesto, Hezbollah e il partito sciita Amal, che non accettavano la sua candidatura, erano riusciti a creare uno stallo permanente facendo sistematicamente mancare il numero legale in Parlamento.

Tuttavia, racconta Pasquini, «a un certo punto si è dovuti arrivare a un accordo per necessità. Il gruppo di Hariri, infatti, a un certo punto ha visto venir meno l’apporto del suo principale sostenitore, la monarchia saudita, che a partire dallo scorso anno ha cominciato ad allontanarsi per paura di rafforzare troppo la componente Hezbollah, molto forte nel Paese. Il primo grande taglio ci fu l’anno passato, quando Riyadh decise di tagliare la fornitura di 3 miliardi di armi al Libano. Improvvisamente Hariri si è trovato scoperto e indebolito e quindi ha scelto di appoggiare Aoun, che nel frattempo non era più il suo candidato ma era passato dalla parte di Hezbollah».

La transizione di Aoun da un polo all’altro del Parlamento libanese potrebbe sembrare un atto di trasformismo molto simile a quelli considerati tipici della politica italiana, ma la questione è più complessa e riguarda scelte strategiche della comunità cristiana, principalmente maronita, in Libano. Secondo Aoun, infatti, per i cristiani libanesi non esiste un futuro senza un’alleanza con le minoranze del Medio Oriente, come i drusi e gli sciiti. «Lui – racconta ancora Marco Pasquini – fu un grande oppositore dell’occupazione siriana negli anni passati e questo gli costò una guerra durissima contro il regime siriano, poi l’esilio in Francia per circa quattordici anni, nei quali sembrò ai margini della vita politica del suo Paese». Fu l’assassinio dell’allora primo ministro Rafiq Hariri da parte dei servizi segreti siriani a favorirlo indirettamente: lo scandalo internazionale, infatti, fu talmente grande che Damasco fu costretto a ritirare l’esercito permettendo il rientro di Aoun, considerato a quel punto quasi un eroe della resistenza contro la Siria. «Quando tornò – prosegue Pasquini – Aoun cominciò a cercare un equilibrio politico per le forze cristiane maronite, che oggi sono rappresentate in entrambe le fazioni, anche se divise».

L’ultima svolta, che ha permesso ad Aoun di diventare presidente dopo oltre due anni di stallo, è arrivata con l’avvicinamento ad Hezbollah e alle forze sciite, sostenute dall’Iran, storico alleato di quella Siria che aveva combattuto a lungo durante la guerra civile libanese.

Contestata da diverse parti sia nel metodo sia nel merito, ma sicuramente efficace, la scelta compiuta da Michel Aoun va letta nel lungo periodo. La sua elezione, infatti, nasce dalla stanchezza e dalla preoccupazione di tutte le forze libanesi, dalla necessità di Hezbollah di chiudere almeno il fronte interno per potersi dedicare alla guerra in Siria e da quella dei cristiani maroniti di riprendere slancio.

«Ora – conclude Pasquini – la speranza c’è. Parlando sia con i sostenitori della componente sciita e maronita sia con quelli della fazione sunnita, si sente dire che Aoun, per storia e per esperienza, saprà garantire gli interessi di tutti. Il problema, però, è che il Libano non è padrone del proprio futuro, visto che sul suo piccolo territorio si gioca sempre di più questa guerra tra componenti che sono sempre più sotto pressione a causa della tragedia siriana e irachena. A differenza del passato, la presenza di un personaggio forte come Aoun caratterizzerà maggiormente il Libano, non lasciandolo più nel mare tempestoso del Medio Oriente, ma cercando di dare un minimo di guida».

Immagine: via Flickr

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