Javier Milei è il nuovo presidente dell’Argentina

Il populista e ultraliberista ha ribaltato il risultato del primo turno

Vittorioso alle primarie, pesantemente sconfitto al primo turno delle presidenziali, trionfatore al secondo: Javier Milei, l’anarcocapitalista come si definisce lui stesso, è il nuovo presidente dell’Argentina, una Repubblica perdutamente presidenziale. È passato in pochi settimane dal 26% al 56%, e in una città chiave come Mendoza, capitale dell’export vinicolo argentino, al 71%. Ha quasi ridicolizzato, lui economista, il ministro delle Finanze Sergio Massa, suo diretto avversario, ma ha sconfitto, soprattutto, il peronismo, l’unico “ismo“ sopravvissuto alla fine delle ideologie dichiarate e finora in buona salute malgrado i settant’anni abbondanti di vita.

Era sopravvissuto, fino a domenica scorsa, con un accorto mix di patriottismo giustizialista e di pensiero sociale non estraneo alla tradizione socialista. Ma in anni di crisi e di default ripetuti, con la terza inflazione al mondo dopo Venezuela e Libano – Paesi in guerra – il peronismo è naufragato nella corruzione più vistosa e diffusa (dicono qui) che conosca l’America Latina.

Milei si dice “liberale” e sorprendentemente “libertario”, come ben testimonia il suo fortunato slogan: «La libertà avanza». Con il suo partito creato dal nulla in pochissimo – ci ricorda qualcuno? – e con il suo programma – abbandono del peso argentino (“pattume”, ha infierito) per passare al dollaro statunitense, ripudio delle diffusissime politiche assistenziali, privatizzazione del sistema sanitario, disimpegno della scuola pubblica – ci parrebbe caricaturalmente simile a uno squalo di Wall Street. Anche volendolo ammettere, è uno squalo per il quale ha votato – dicono le rilevazioni – la maggioranza assoluta degli under 25 e il 70% della quasi metà della popolazione che vive nella povertà o nell’indigenza. Sono dati che fanno riflettere e possono inficiare commenti come quello del presidente colombiano, affrettatosi a dichiarare che in Argentina ha vinto l’estrema destra. 

Milei annuncia un cambiamento epocale. Per citarlo, «la fine della decadenza argentina». Aggiungendo: «In 35 anni passammo da un Paese di barbari a una potenza mondiale nel dopoguerra. Possiamo rifarlo». In realtà gli Argentini si accontenterebbero di ritrovare il lavoro, di un’inflazione inferiore al 140%, di non essere tenuti artificialmente in vita dal Fondo monetario internazionale, di un arretramento della criminalità devastante in Buenos Aires, Santa Fé e Cordoba, di sfuggire infine a un narcotraffico sempre più invadente e non privo di collusioni con il potere politico. Accettando la sconfitta e fugando quindi il sospetto di brogli elettorali, non infrequenti, Massa ha dichiarato: «a partire da ora, tutto è nelle mani di Milei». È un’affermazione che appare sconsiderata, se non suicida: il passaggio di consegne si farà solo in dicembre e sino a quella data unicamente il presidente uscente Alberto Fernandez e il suo ministro delle Finanze possono scongiurare una bancarotta di Stato, un’esplosione sociale e un discredito internazionale ancora più pronunciato.

Milei, apparso ben più prudente dopo l’investitura popolare che nella campagna elettorale quando brandiva motoseghe per amputare lo Stato sociale corrotto, avrà contro Camera e Senato, per non parlare della maggioranza dei 22 governatori, che in una Repubblica federale dispongono di ampi poteri. Sarà giocoforza per lui cercare il compromesso, nella speranza di allungare la luna di miele con l’elettorato. Invocando la protezione di Dio sul Paese e promettendo riscossa su tutti i fronti, ha comunque trasmesso l’idea di una situazione estremamente critica.

E la Sinistra? si dirà qualcuno. Per trovarla occorre quasi il microscopio: 2,66% al primo turno delle presidenziali. Nessuno ha potuto darle la colpa del disastro attuale, e nessuno potrà affidarle la speranza di un avvenire migliore.



Foto di Vox España