Dio provvede a ogni nostro bisogno

Un giorno una parola – commento a Filippesi 4, 19

Il Signore ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi
Isaia 58, 11

Il mio Dio provvederà a ogni vostro bisogno, secondo la sua gloriosa ricchezza, in Cristo Gesù
Filippesi 4, 19

Al termine della Lettera ai Filippesi, l’apostolo Paolo ringrazia quella chiesa per la generosità nei suoi confronti; è sempre bello ricevere doni inaspettati, specie quando ci arrivano da persone care; ed è tanto più degno di nota, com’era probabilmente il caso dell’apostolo, se chi li riceve, non è in grado di ricambiarli. Quando si acquista un regalo per un bambino, è per il piacere di farlo felice, per la contentezza di vedere quel piccolo volto illuminarsi di gioia: non certo con il retropensiero che, una volta adulto, renderà il contraccambio!

Una premura e una sollecitudine di questo tipo, che erano la dimostrazione di un affetto sincero e di un disinteresse autentico, oltre a toccare il cuore di Paolo, non poteva passare inosservato agli occhi del Signore; tutto ciò che è fatto con amore, gli è gradito: e quella generosità che per l’apostolo «era un profumo di odore soave», era anche «un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Fil. 4, 18); non sorprende quindi che Paolo dichiarasse ai suoi benefattori che il suo Dio avrebbe provveduto a ogni loro bisogno.

Non si tratta di istaurare una proporzione fra la liberalità di noi esseri umani e quella di Dio, ma di tenere a mente la logica espressa da Gesù: «Se dunque voi sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli» (Mt. 7, 11); si deve dunque rovesciare la prospettiva: non bisogna essere generosi con prossimo affinché l’Eterno, vedendolo, lo sia nei nostri confronti; piuttosto, poiché il Signore è prodigo verso i suoi figli e le sue figlie, noi, toccati da questa bontà inesauribile, ci sentiamo chiamati a comportarci allo stesso modo nei confronti di chi ci è accanto.

Tutto questo smaschera i falsi alibi che ci trattengono dall’essere altruisti e solidali, perché non si tratta di assolvere un obbligo sociale o di mettersi a posto la coscienza, ma di una testimonianza tangibile della nostra fede; giacché, come per ogni regalo, ciò che conta davvero non è il dono in sé, ma il fatto che esso è una prova dell’affetto di chi l’ha dato.

 

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