Aggressione Mazzola: condannata la boss Laera

Riconosciuto il metodo mafioso come strumento di controllo del territorio e intimidazione nei confronti della giornalista Rai. Difesa la libertà di informazione

Dopo tre anni dal pugno sferrato in pieno viso da Monica Laera, boss del clan Strisciuglio che controlla il quartiere Libertà di Bari, alla giornalista Rai Maria Grazia Mazzola mentre in strada su suolo pubblico poneva domande nell’esercizio della sua professione, il gup del Tribunale del capoluogo pugliese Giovanni Anglana ha condannato in primo grado Monica Laera ad un anno e 4 mesi di reclusione (sconto di pena dovuto a seguito del rito abbreviato) per l’aggressione e le minacce di morte nei confronti di Maria Grazia Mazzola. È stato riconosciuto il metodo mafioso come strumento di controllo del territorio e intimidazione nei confronti della giornalista. Questa sentenza di primo grado dunque ristabilisce il diritto di poter fare informazione, che in molti casi significa fare domande scomode in posti pericolosi.

Riconosciuto il danno, da quantificarsi, alle parti civili (oltre alla stessa giornalista): l’Ordine nazionale dei giornalisti, Federazione della stampa italiana, Associazione Stampa romana, Comune di Bari, Rai, Associazione Libera.

Immediatamente dopo la sentenza, emessa ieri pomeriggio, sulla pagina Facebook dell’Associazione Stampa romana è stata organizzata una conferenza stampa (è possibile riguardarla qui ), a cui hanno partecipato: la giornalista M. G. Mazzola, il presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Verna, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, il presidente di Libera don Luigi Ciotti, Leonardo Metalli del Comitato di redazione del Tg1, l’avvocata Antonia Bello, l’avvocato di Stampa romana Antonio Feroleto, e il presidente di Associazione Stampa romana Lazzaro Pappagallo.

«L’aggressione a Maria Grazia Mazzola è stato un attacco alla libertà d’informazione, alla più importante testata giornalistica del servizio pubblico – ha dichiarato Verna –. Con questa sentenza è stato affermato il diritto alla libertà di stampa anche nel quartiere Libertà. Noi abbiamo portato la nostra solidarietà ma il coraggio è stato di Maria Grazia Mazzola che non solo è andata a fare domande su un territorio presidiato dalla mafia, ma ha anche saputo creare un’alleanza per la legalità, con don Ciotti, le associazioni della città, dando un contributo ad un progetto di giustizia sociale».

Maria Grazia Mazzola ha sottolineato il rischio che la boss Laera rimanga impunita, perché dopo oltre tre anni si è ancora al primo grado di giudizio«Mi auguro che la boss Laera sconti la pena di un anno e 4 mesi e mi auguro che ci siano pattuglie di giorno e di notte nel quartiere Libertà perché i Salesiani, con don Francesco, sono degli eroi. Sono circondati nel raggio di 200 metri dal clan Laera, ma vanno avanti, così come tutti i volontari che lavorano per dare un’alternativa a dei ragazzi, eroici anche loro, che vogliono frequentare le scuole professionali. Se aver avuto la mandibola rotta può essere stato utile per accendere un faro sulla situazione delle mafie a Bari, ne è valsa la pena».

Soddisfazione per la sentenza è stata espressa anche dall’Unione Donne in Italia (Udi) che ha dichiarato che la condanna della boss Laera, rappresenta una «grande vittoria per Maria Grazia Mazzola, per le donne, e una ventata di speranza e di fiducia nella giustizia. (…) La donna che ha aggredito brutalmente la giornalista è stata dunque condannata per minacce e lesioni con aggravante mafiosa. Non uno schiaffetto, non una scaramuccia tra donne. Chiamiamo le cose con il loro nome, altrimenti non esistono!».

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