Un Regno che non è di questo mondo

Una riflessione dalla Domenica delle Palme al Venerdì Santo

Dall’arrivo trionfale nella capitale all’ora della morte, nei giorni decisivi dell’opera di Gesù Cristo, non manca nessuno dei dettagli di una parabola politica: l’acclamazione della folla nel giorno in cui l’uomo del momento sale a Gerusalemme (e al potere?), le trame dei poteri forti che erano stati contestati, il tradimento di un amico, l’ultima festa insieme con i seguaci più stretti e il mandato agli stessi di ripeterla in sua memoria, la meditazione solitaria e tragica, la scomparsa di tutti i compagni, l’arresto, la sentenza morale dei religiosi, la titubanza dell’organo giudicante, la ferocia della folla, altra da quella di cinque giorni prima (la piazza, si sa, è di chi la occupa), la condanna a furor di popolo che passa attraverso la grazia concessa a un terrorista assassino. Infine, l’esecuzione mediante lo strumento di tortura riservato ai condannati politici: la croce. Chi si dimostrava ribelle al potere protettivo di Roma, veniva immobilizzato in una posizione di debolezza, esposto al pubblico e lasciato morire. Le norme del diritto romano stabilivano che questo supplizio infamante fosse riservato ai popoli soggetti e agli schiavi. Nessun cittadino romano poteva essere costretto a tale umiliazione. In più, l’esecuzione avviene in modo routinario, con due criminali comuni, e con un cartello che indica la colpa del condannato: essere il re dei giudei.

Questo sbrigativo trattamento da parte del mondo, che ritiene di aver cose più importanti di cui occuparsi, mostra che una verità è stata consapevolmente o inconsapevolmente colta: il regno proclamato e realizzato da quell’uomo è indigeribile da parte dei poteri del mondo. L’impero romano, al contempo tollerante e spietato, accogliente e schiavista, raffinato e sanguinario… questa paradossale convivenza degli opposti come avrebbe retto un altro regno (o un regno “altro”) che non si proponeva confini, ma che era lì dove la volontà del re era fatta?

Un regno in cui i sudditi malati erano guariti, i colpevoli graziati, ma anche… i ricchi erano mandati via a mani vuote e i potenti erano fatti cadere dai loro troni. Come avrebbe retto la religione, quella sacrificale praticata nel tempio, alla notizia che il corpo di Gesù è il tempio, è il luogo in cui avviene il definitivo sacrificio di espiazione, in cui il divino e l’umano si incontrano e si legano in un’indissolubile alleanza, un tempio che sarà distrutto e ricostruito in tre giorni? E che dire invece della religione “vicina alla vita della gente”, quella che stabiliva come vivere nell’osservanza precisa della volontà di Dio?

Come poteva accogliere la notizia che la legge è già compiuta e adempiuta in Cristo, e che nello stesso Cristo Dio chiama a una vita di riconoscenza e di libertà? Insomma, la predicazione, l’opera e la persona stessa di Gesù Cristo non potevano essere iscritti come alleati o come ausiliari da nessuno dei poteri che hanno contribuito alla sua condanna. Inconciliabilità. Il regno di Cristo, che non è di questo mondo, non combacia con alcun potere politico (men che meno con le presunte teocrazie) né religioso. Reclama unicamente per sé il potere definitivo, quello che definiremo “di vita e di morte”, ma la morte infamante, senza consolazione, sotto tortura, viene accettata dal Re stesso, affinché ai sudditi e cittadini del Regno sia promessa la vita eterna.

In mezzo alle turbolente e complicate vicende dei giorni di Gesù a Gerusalemme, il progetto del suo Regno si compie. Il Re va a morire per la salvezza dei suoi sudditi, tra i quali tanti che non sanno di esserlo e tanti che a lui si sono opposti. Dal giorno degli “Osanna!” all’ora in cui “È compiuto!”, il Re viene umiliato per salvare, per espiare, per pagare il prezzo del riscatto di molti.

Sarà tutto finito con un funerale?

 

Tratto da chiesavaldese.org

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