La scuola dimenticata. Fiusco: «Un percorso spezzato»

Intervista a Gianluca Fiusco, direttore del Servizio cristiano di Riesi, in Sicilia, sul difficile anno scolastico condizionato dalla pandemia

 

Gianluca Fiusco è il direttore del Servizio cristiano di Riesi, in provincia di Caltanissetta, in Sicilia. Presso il Servizio cristiano sono attive la scuola dell’infanzia e la scuola primaria. L’Agenzia Nev ha posto al direttore Fiusco qualche domanda, per fotografare la situazione di passaggio dal I al II quadrimestre, a ormai un anno dall’inizio della pandemia.

Come vede la situazione della scuola italiana?

«Che l’Italia avesse dimenticato il valore della Scuola per la democrazia lo abbiamo visto in questi anni: dalla qualità stessa della nostra democrazia ai preoccupanti livelli di analfabetismo funzionale e di ritorno, povertà educativa che pongono il nostro Paese agli ultimi posti in Europa.

L’aver derubricato il presente e il futuro della Scuola dall’agenda politica, relegandola a un ruolo di subalternità, se non di vero e proprio elemento superfluo, ha creato una ferita enorme nel tessuto civile e, appunto, democratico del Paese.

La scuola è il luogo del futuro, dove il futuro si costruisce. Probabilmente alla classe dirigente italiana, tanto a livello locale quanto a livello nazionale, questo futuro sembra troppo lontano o almeno più lontano delle prossime elezioni, in un Paese sempre più anziano».

Com’è la situazione al momento presso il Servizio cristiano?

«Al Servizio Cristiano abbiamo lavorato su più livelli: da un lato quello interno, non solo per formare le persone ad affrontare i passaggi alla didattica a distanza, negli ultimi mesi dell’anno scolastico passato; ma, soprattutto, per gestire l’aspetto emotivo che è stato tantissimo sottovalutato. La pandemia ha sconquassato ogni certezza rendendo più fragili emozioni e sentimenti. Per chi insegna e lo fa come scelta di vita e non come ripiego, l’assenza della fisicità è un problema enorme. Allo stesso modo all’esterno, con bambini e famiglie, non è stato facile tessere le fila di un percorso spezzato. L’umanità e la trasparenza, la professionalità unita alla necessità di non fermarci, hanno permesso, prima con la didattica a distanza, poi con il ritorno in presenza, di esserci insieme in sicurezza: scuole, famiglie, bambini e bambine».

Quali sono i vincoli che si sentirebbe di ridiscutere con le istituzioni?

«L’immissione in servizio di migliaia di persone, in nome della “Buona Scuola”, o perché già insegnanti di religione, fino all’emergenza epidemiologica, ha evidenziato il nodo di fondo irrisolto, ovvero: quale è il ruolo della Scuola in Italia.

Può sembrare paradossale, ma pur sedendo nel G20, l’Italia riserva un ruolo tutt’altro che centrale al sistema dell’istruzione. Se consideriamo solamente l’Europa nel 2013 eravamo terzultimi per la quota spesa del PIL riservata all’istruzione; mentre dal 2014, anche aumentando dello 0,6% le risorse destinate alla Scuola e arrivando a oltre un miliardo di euro di stanziamenti, il nostro Paese rimane ancora ben distante dai Paesi europei più virtuosi.

Ancora nel 2017 la spesa italiana per l’istruzione ammontava a 66 miliardi di euro, leggermente meno della spesa per il pagamento degli interessi sul debito pubblico. Valutando la spesa pubblica per istruzione sia rispetto al Pil, sia rispetto alla spesa pubblica totale, l’Italia si colloca agli ultimi posti delle classifiche europee e dalla crisi del 2007-08 in poi il divario con le medie UE non si è azzerato».

È un problema solo economico?

«I dati della spesa pubblica per l’istruzione ripresi dalle Note Integrative alla legge di Bilancio del Ministero dell’Economia e delle Finanze degli anni compresi tra il 2014 e il 2018, non ci descrivono una mancanza di risorse. Ad esempio, e giusto per dire che l’emergenza epidemiologica ha solo evidenziato un andamento ben più antico, la spesa per il settore scolastico nel quadriennio evidenziato è aumentata. Il problema, quindi, non è l’esiguità di risorse ma il fatto che tale incremento è stato guidato, in quasi tutti i casi, dall’accrescimento per le spese per il personale scolastico. Questo rappresenta una delle anomalie maggiori del sistema scolastico italiano: quasi il 90% delle spese, dall’istruzione primaria fino a quella universitaria, è infatti assorbito dagli stipendi per i docenti, con pochissimi investimenti nello sviluppo, nell’edilizia scolastica e per la formazione continua».

Quindi secondo lei cosa è successo e in quali settori bisognerebbe intervenire?

«Gli aumenti, o meglio gli impegni ad aumentare le risorse alla Scuola, pure previsti dalla cosiddetta Buona Scuola, sono stati di fatto assorbiti dalle spese “correnti”, confermando la tendenza tutta italiana a un investimento “piatto”, senza sviluppo né per l’edilizia scolastica (ad esempio la costruzione di laboratori, la modernizzazione delle infrastrutture prima della costruzione di nuove Scuole) o, più semplicemente, per la manutenzione e messa in sicurezza degli edifici.

E questo è il versante economico. Ma è sulla sponda politica che la Scuola italiana è relegata ad un livello di marginalità e incertezza disarmante e pericoloso.

La pandemia ha reso semplicemente evidente la fragilità del sistema scolastico, che, per interi ordini e gradi, è stato infatti liquidato e posto in fermo sine die, o vincolato alle fragilità collaterali (trasporti, accorpamenti tra Scuole, e quindi sovraffollamento)».

Secondo lei il punto di vista di insegnanti e famiglie è sufficientemente rappresentato e preso in considerazione?

«C’è il rischio di consegnare alle future classi dirigenti di questo Paese un vulnus, un vuoto educativo, sociale, formativo enorme che, non solo acuirà la posizione di svantaggio della Scuola italiana nel sistema scolastico europeo, ma accentuerà gli scompensi all’interno dello stesso territorio nazionale.

Le Istituzioni dovrebbero seriamente riconsiderare le risposte date finora. Di volta in volta l’emergenza epidemiologica per la Scuola si è risolta con i banchi a rotelle, lo scarica barile istituzionale tra sistema centrale e regionali e, ancora, il problema della gestione dei trasporti degli studenti. Nella confusione tra criticità sistemiche ed emergenza che, alla fine, intrecciandosi, hanno aumentato il livello di smarrimento generale.

Quanto al sistema della comunicazione di massa, concentrato sull’evoluzione quotidiana del rapporto contagi-tamponi, non ha saputo, e forse voluto contestare la narrazione di guerra che è diventata il mantra con cui l’emergenza è raccontata.

Non è vero che siamo in guerra così come non è vero che il virus non esiste. Due estremi che hanno polverizzato ogni barlume di buon senso, quando non di vera e propria etica professionale. Dando così voce a questi estremi, amplificandone il messaggio, quindi rendendolo più forte e più pervasivo nella società».

Si parla molto di effetti psicologici a lungo termine sui bambini e le bambine. Cosa ne pensa?

«Vedo incertezza e sconforto in una fetta considerevole degli studenti italiani, per i quali anche buona parte dell’anno scolastico 2020/2021 è andato perduto.

Come sempre, tutto molto annunciato, ma altrettanto molto sottovalutato. La mancata socializzazione, l’assenza, il venir meno del riferimento scuola, cioè del contesto classe, degli insegnanti, delle regole, etc…, ha già prodotto effetti immediati molto preoccupanti.

Va poi detto che la qualità del tempo a casa, magari davanti ad un tablet o uno schermo, non è la stessa del tempo in presenza. Se quello stesso schermo è elemento di svago ed elemento di studio senza soluzione di continuità, il rischio di un corto circuito cognitivo è enorme.

In questo tempo liquido le fragilità degli studenti si mescolano al tutto e amplificano insicurezze, smarrimenti, interferenze e confusione.

Non voglio mettere in relazione gli effetti drammatici delle challenge social che pure hanno avuto recentemente eco nella cronaca italiana, ma non è peregrino immaginare che un tempo strutturato aiuta a gestire anche la noia con cui gli studenti si confrontano».

Quali sono le maggiori criticità che state riscontrando e quali proposte si sente di fare?

«L’esperienza a Riesi conferma che la nostra Chiesa può offrire molto più dell’impegno che già realizza in alcune zone. L’azione, la cura, la testimonianza possono costituire elementi con cui alimentare le reti esistenti che rifiutano la logica della resa e della ritirata, che vedano la Scuola nella prospettiva di una testimonianza pienamente evangelica eppure totalmente laica. Nella generale disarticolazione sociale, in cui le priorità sono state ridisegnate dall’emergenza, abbiamo il dovere di riprendere la strada, poco battuta, da cui più facile è stato per tutti ritirarsi: e la Scuola è una di queste. La nostra testimonianza non può che accettare questa sfida e sperimentare forme nuove di elaborazione progettuale, leggendo il presente senza le lenti deformanti della paura o della difesa del prima affinché ritorni».

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