Capire le migrazioni oggi

I flussi migratori forzati hanno assunto forme differenti rispetto al passato, ma non cessano di essere figli di rapporti di potere malati

Andrea Cortinois è professore nella Facoltà di sanità pubblica dell’Università di Toronto (Dalla Lana School of Public Health), dove insegna negli ambiti migrazioni e salute e salute globale. Pur vivendo da trent’anni fuori dall’Italia è membro della chiesa valdese di Milano. Dal suo osservatorio nord-americano abbiamo provato a chiedergli alcuni ragionamenti sulle sfide e le opportunità del fenomeno migratorio, oggi.

– Sappiamo, ma non diciamo con abbastanza forza, che i veri motivi che oggi spingono le persone a muoversi sono economici e legati ai cambiamenti climatici. Ma ci sono anche ragioni storiche altrettanto note e messe sotto il tappeto. Come raccontare dunque le migrazioni?

«Per capire i fenomeni migratori, oggi più che mai, è importante adottare una prospettiva globale e risalire alle cause prime. Cause che sono sia storiche che contemporanee. La tendenza, invece, è proprio quella di cercare risposte immediate e superficiali. In parte, per negare, coscientemente o meno, i meccanismi che risultano nell’espulsione geografica, sociale ed economica di centinaia di milioni di persone, meccanismi di cui siamo tutti responsabili. E in parte perché le semplificazioni estreme sono una reazione di difesa di fronte ad un mondo che diventa sempre più complesso e difficile da capire.

Storicamente, esistono connessioni immediate tra migrazione, colonialismo, capitalismo ed il divario economico tra Nord e Sud del mondo. Negli ultimi cinque secoli sono stati proprio i movimenti migratori umani a creare le condizioni per lo sviluppo economico del Nord e, specularmente, la subalternità del Sud. Quello che tendiamo a dimenticare è che, fino all’altro ieri, non erano le “orde” africane o mediorientali a bussare alle nostre porte. Per secoli, invece, siamo stati proprio noi, Europei prima di tutto, ad invadere e colonizzare, esiliando, riducendo in schiavitù e, spesso, sterminando intere popolazioni. La differenza tra un colono e un immigrante è solo una differenza di potere, spesso interpretato in termini essenziali, come polvere da sparo. L’epoca coloniale ha prodotto direttamente e indirettamente enormi movimenti migratori forzati. L’esempio più ovvio sono gli almeno dodici milioni di Africani ridotti in schiavitù.

Ma c’è di più. È importante ricordare che l’avventura coloniale è stata in gran parte una guerra tra poveri. I contadini inglesi e irlandesi, esclusi dalla rivoluzione industriale e dalla privatizzazione delle terre, partivano in cerca di miglior sorte, attratti dalla promessa di terre sottratte ad altri. E molti degli indigeni che da quelle terre erano stati cacciati partivano per rafforzare i ranghi dei coloni, diventando lavoratori in servitù debitoria, utilizzati dagli imperi coloniali europei per rispondere alle diverse esigenze produttive regionali. Le migrazioni di ieri e di oggi, in qualche modo, sono il risultato di un legame reciso: il legame millenario tra uomo e terra».

– Oggi è ancora così?

«Oggi, la cosiddetta modernizzazione delle economie locali tradizionali e di sussistenza, e la loro incorporazione nell’economia globalizzata neoliberale, gli interessi dell’industria estrattiva e il fenomeno del “land grabbing,” l’accaparramento di enormi distese di terra, nei paesi del Sud, da parte di governi e di imprese transnazionali del Nord, continuano a tradursi in flussi migratori forzati. Continuano a produrre quello che Zygmunt Bauman chiama gli scarti umani della globalizzazione. E questo è un punto molto importante: la stragrande maggioranza dei migranti di oggi non è il prodotto di conflitti, disastri, o altri tipi di crisi ed emergenze acute. È invece il prodotto del funzionamento fisiologico, quotidiano ed ordinario, dell’economia globale.

Saskia Sassen, sociologa ed economista alla Columbia University, include i flussi migratori contemporanei tra gli esempi di quello che lei chiama espulsioni e che denuncia come sintomi di un sistema capitalista globale che è ormai entrato in una fase patologica terminale. Tra le tante espulsioni prodotte da un’economia sempre più aggressivamente estrattivista, centinaia di milioni di persone vengono espulse dalla loro terra, dalle loro case, dal loro lavoro, ritrovandosi a vivere in una condizione di precarietà esistenziale assoluta.

– Quante capacità si perdono nel rifiuto a priori delle persone migranti?

«Non c’è dubbio che gli immigrati possano contribuire, ed infatti contribuiscono, alle economie dei paesi del Nord. Alcuni settori non potrebbero reggersi senza forza lavoro straniera. Per esempio, gran parte del settore agricolo, tanto in Italia come in Canada, collasserebbe senza immigranti. In termini puramente demografici, l’Europa ha un bisogno assoluto di immigrazione.

Tuttavia, attrarre l’attenzione sul valore economico degli immigranti è, a mio parare, pericoloso, per più di un motivo. Prima di tutto, com’è ovvio, per ragioni etiche: non si giustifica l’accoglienza dell’altro in termini del proprio interesse. Poi, perché il lavoro degli immigrati non fa altro che contribuire al mantenimento di un sistema economico patogenico che produce ricchezza da un lato e povertà dall’altro.

Un esempio: in Canada esistono programmi che danno lavoro ad immigrati temporanei che ogni anno, dal Messico, vengono a lavorare per sei-otto mesi nelle campagne canadesi, guadagnando un salario minimo, lavorando e vivendo in condizioni spesso molto difficili, lontani dalle loro famiglie. Nessun canadese lavorerebbe mai con quei salari e in quelle condizioni.

Questi programmi sono dunque essenzialmente forme di sovvenzione pubblica al settore agricolo. Inoltre, il lavoro di questi immigranti temporanei non risulta solo in prodotti che alimentano le famiglie canadesi. Invece, grazie al NAFTA fino al giugno scorso e all’USMCA, il nuovo trattato nordamericano di libero commercio che lo ha sostituito, oggi, il Canada esporta prodotti agricoli, proprio in Messico, a prezzi così bassi da eliminare la concorrenza dei piccoli produttori locali. La disoccupazione che ne deriva spinge ogni anno decine di migliaia di messicani a cercare lavoro in Canada, chiudendo così il cerchio. E’ un meccanismo perfetto!

Questo è solo uno dei molti esempi che si potrebbero fare e che sottolineano come, in termini generali, i confini nazionali siano essenzialmente strumenti di imperialismo economico, membrane selettive permeabili ai capitali necessari al progetto neocoloniale ma che controllano o bloccano i movimenti umani, lasciando passare solo chi è utile al Nord, come ha denunciato con forza Harsha Walia, attivista e scrittrice canadese, nel suo libro Undoing Border Imperialism».

I governi, siano essi di destra o di sinistra, si ostinano per calcolo elettorale di corto respiro, a gestire la questione migratoria in termini emergenziali e non strutturali. Come far comprendere a politica e opinione pubblica i vantaggi di lungo periodo di una gestione del fenomeno?

«È difficile. I governi fanno quello che credono di dover fare per ottenere consensi ed essere rieletti. È un gioco che funziona, in apparenza, nel breve termine, ma che nel lungo termine danneggia tutti, tanto nel Nord come nel Sud del mondo. Se è pericoloso accettare spiegazioni superficiali del fenomeno migrazione, ancor più pericoloso è pensare di poter trovare soluzioni senza cambiare radicalmente i meccanismi patologici del maldevelopment (cattivo sviluppo).

C’è bisogno, prima di tutto, di immaginazione morale, di soluzioni che siano fortemente etiche e allo stesso tempo creative, che vadano ben oltre lo status quo. Tutte le più grandi crisi esistenziali che, come specie, affrontiamo oggi, dal cambio climatico alle migrazioni forzate, sono il risultato dell’azione umana. Riconoscerlo è frustrante ma anche liberatorio perché ci fa capire che cambiare è possibile. E si deve cambiare. Nella logica della sofferenza, i migranti di oggi sono in prima linea. Ma noi seguiamo da vicino. Siamo tutti, letteralmente, nella stessa barca e le distinzioni tra “noi” e “loro” sono irreali. Tornando all’analisi di Sassen, mentre i miliardi di persone che oggi vivono in poverta’ estrema sono l’esempio piu’ visibile e tragico delle espulsioni, anche qui, nel Nord, i meccanismi alla radice di queste espulsioni stanno inesorabilmente sgretolando, sotto i nostri piedi, un mondo che già più non esiste».

 

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