Come digerire le pagine indigeste della Bibbia?

Una recente pubblicazione di Giancarlo Rinaldi affronta temi e racconti che contrastano con la nostra sensibilità di oggi

Una interessante pubblicazione di Giancarlo Rinaldi* indaga quelle che egli definisce «pagine indigeste dell’Antico Testamento». Si tratta di quei brani che contrastano con la nostra moderna sensibilità etica. Brani che presentano guerre, violenze indicibili, inganni, ecc. Brani in cui talvolta è Dio stesso a ordinare stragi e violenze (Deuteronomio 3, 6; 20,16; Giosuè 6, 21-27, solo per citarne alcuni). Così l’istituto dell’herem che prevedeva l’annientamento totale di ogni cosa (uomini, donne, bambini, animali, case, ecc.) e la consacrazione di ogni bottino al Dio d’Israele.

Come leggere queste pagine? Non contrastano con il Dio d’amore che abbiamo conosciuto in Gesù? Come spiegarle? La questione venne già affrontata dagli antichi apologeti nei primi secoli cristiani «che non erano certo insensibili a valutazioni di tipo etico e che la Bibbia la leggevano tutta» (p. 19). I traduttori della Septuaginta, per esempio, «avvertirono il carattere spiccatamente antropologico con il quale quegli scrittori ebrei avevano ritratto il proprio Dio» (p. 20). Origene nel III secolo d. C. utilizzando il metodo allegorico, pensava che le stragi compiute dagli ebrei alla conquista della loro terra promessa «altro non erano se non simboli delle lotte che nell’animo del credente devono compiersi tra vizi e virtù (p. 20). Ma sottolineare solamente il carattere morale di quelle pagine portava Origene a negare la sostanza storica dei fatti. Nel IV secolo, Lattanzio, esegeta e storico del cristianesimo, «cercò di giustificare il Dio biblico rubricando i suoi atti inconcepibilmente severi come azioni di dovuta giustizia» (p. 21). Una tesi che però non soddisfa.

C’è poi chi ritiene che una azione è da ritenersi giusta per il solo fatto che sia Dio stesso a volerla. Se Dio comanda una strage, tale comando è da ritenersi giusto poiché è l’ordine divino che lo rende tale. Per Rinaldi, però, «questo tentativo di spiegazione invece di scagionare Dio dall’accusa di essersi dimostrato crudele lo inchioda irrimediabilmente in questo ruolo poiché caratterizza per certo il Suo volere in modo conforme ad azioni indubbiamente da giudicarsi cruente» (p. 23). Altri ancora pensano che le popolazioni pagane al tempo dell’Israele antico hanno pagato, in termini di sofferenza, la loro adorazione di idoli di legno e di pietra e per i loro sacrifici umani. «Ma cosa dire di bambini innocenti e di donne squartate?» (p. 23).

Un altro tentativo di spiegazione è quello di considerare l’agire di Dio incomprensibile a noi umani. «Questa risposta (che in realtà è una non risposta) ha il limite di far derivare da una affermazione esatta (“Dio è al di sopra della nostra comprensione”) la necessità di mettere a tacere un problema» (p. 23). Per l’autore bisogna considerare il carattere teandrico della Scrittura per non incorrere nel duplice rischio da un lato di «ritenere che un volere divino valido per noi oggi venga considerato alla stregua di una marginale consuetudine di un’epoca tramontata; dall’altro – al contrario – attribuire a Dio atteggiamenti, azioni, e pensieri propri dell’uomo di altri tempi. E tuttavia non vedo altra strada se non quella che riconosce agli scritti biblici caratteristiche sia divine che umane!» (p. 49).

Allora bisogna restituire «alla componente umana della Scrittura i tanti episodi che grondano sangue e trasudano inaudita violenza. Sono attestazioni di come ogni uomo, non importa se sia greco o giudeo, abbia bisogno della grazia salvifica di un Dio che, finalmente, abbiamo conosciuto come amore» (p. 57). «Il Dio dei cristiani è lo stesso Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, è lo stesso Eterno degli eserciti e, tuttavia, i ritratti che ci consegnano i libri biblici sono diversi. Tale diversità attesta il carattere progressivo e il valore storico della rivelazione biblica, il rispetto di Dio per i tempi di maturazione delle sue creature, la necessità di Gesù e del suo insegnamento al fine di acquisire la pienezza della verità» (pp. 57-58). Il linguaggio semplice e accattivante, com’è nello stile di Rinaldi, permettono di riflettere su un argomento che per tanti si presenta ancora di difficile comprensione. Il merito della pubblicazione è, appunto, di aver reso semplice (non semplicistico) un tema complesso.

 

* Giancarlo Rinaldi, Pagine indigeste dell’Antico Testamento, Edizioni EUN

 

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