Perchè il giorno dopo non sia mai come il giorno prima

La Diaconia valdese di fronte alla prova del Covid-19

«È giusto fare advocacy? Si lo è, perchè il giorno dopo non sia mai come il giorno prima». Con queste parole Miriam Mourglia della Diaconia Valdese ha chiuso la lunga e densa serata di ieri sera, giovedì 27 agosto, all'interno della rassegna voluta dalla chiesa evangelica valdese "Generazioni e Rigenerazioni, avere cura di persone, memorie e territori".

Una serata ricca di spunti, curata dalla Commissione sinodale per la diaconia che ha provato a dare una lettura a questi mesi difficili causa Covid. Ma il primo passo è forse spiegare cosa significhi la parola advocacy che assieme a resilienza sono stati i due nodi della serata. «L'advocacy si può tradurre come un supporto attivo per indirizzare al meglio le scelte politiche, semplificando ancora, far funzionare meglio le cose per tutti» ha spiegato Mourglia.

La chiesa valdese nel corso dei secoli si è sempre battuta per questo: basti pensare alla creazione della rete delle Scuolette Beckwith per l'alfabetizzazione delle valli, la creazione del Convitto o degli ospedali... e anche negli ultimi anni le battaglie sono state quelle degli ultimi. L'advocacy della Diaconia serve gli ultimi con soluzioni innovative. Attorno a questo concetto è ruotata tutta la seconda parte della serata sotto la guida del pastore Francesco Sciotto che ha visto raccontare l'esperienza di riunioni fra la Diaconia valdese e altri soggetti (mondo della cooperazione e pastori) che sono avvenute durante il lockdown.

A raccontare le varie esperienze Sabina Pampaloni, Elisa Charbonnier, Stefano Bosio e appunto Mourglia. Le questioni affrontate sono state quelle legate all'ambiente, alla salvaguardia del creato e alle buone norme comportamentali, quelle legate al modo in cui la Diaconia si rapporta con i membri di chiesa e a come si risponde ai nuovi bisogni.

Nella prima parte di serata invece dopo i saluti di Giovanni Comba, presidente della Csd, Daniele Massa ha introdotto i relatori che hanno raccontato cosa si è fatto nelle varie strutture della Diaconia in tempo di pandemia. La resilienza è stata al centro delle esposizione, nella sua accezione positiva di "rimbalzare". «Durante i mesi più complessi nessuno è rimasto senza stipendio, la qualità del servizio è stata mantenuta sempre ad alti livelli e sono state rispettate tutte le normative che di volta in volta venivano emanate» ha spiegato Massa.

Elena Boggio (direttrice dell'Asilo Valdese per persone anziane di Luserna San Giovanni) e Marcello Galetti (direttore del Rifugio Re Carlo Alberto, sempre a Luserna) hanno invece portato la testimonianza di come le strutture per anziani e disabili hanno affrontato il Covid e di come le Rsa siano un luogo di vita. Importante è stata la rete fra le varie strutture del territorio. Paolo Versace (direttore della Caprotti-Zavaritt di Gorle, Bergamo) ha raccontato il progetto pioneristico del centro notturno Alzheimer. Dalle Rsa alle accoglienze diverse con i due interventi che hanno chiuso la prima parte: prima Davide Paschetto per l'area minori e accoglienza e poi infine Daniele Del Priore, direttore dell'area accoglienza che ha sottolineato di come il concetto di turismo vada ripensato dopo questa pandemia. Che ancora non è conclusa.  

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