Il razzismo si impara, così come il tribalismo…

Gli studenti dell’Africa University, istituto panafricano della United Methodist Church, fanno un parallelo tra il razzismo imperante negli Usa e la situazione del loro continente, in cui le tensioni etniche sono un’eredità coloniale

Nelle ultime settimane, dall’omicidio di George Perry Floyd a Minneapolis il 25 maggio per mano di un agente di polizia, si sono moltiplicate nel mondo, e non solo negli Stati Uniti, le manifestazioni contro il razzismo e il “suprematismo bianco”. Molte chiese americane hanno intensificato la loro discussione interna, già in corso da diversi anni, sulla loro pesante eredità storica schiavista, sull’opportunità di abbattere simboli (statue, bandiere,…) e compiere un percorso di riconciliazione fra la componente bianca e quella africano-americana.

Un percorso di “smantellamento del razzismo”, lo hanno definito per esempio i vescovi della Chiesa metodista unita (Umc), scegliendo il “Juneteenth”, la ricorrenza del 19 giugno che ricorda la fine della schiavitù, per esortare i propri membri a impegnarsi più attivamente, con un programma intitolato proprio “Smantellare il razzismo insistendo sulla libertà” (si può leggere l’articolo qui e trovare una serie di risorse e spunti qui).

Ma la riflessione ha coinvolto anche i paesi africani in cui è presente la Umc, e qui il discorso ha assunto una sfumatura diversa e interessante. Lo stanno conducendo gli studenti della Africa University (Au), istituto universitario panafricano situato in Zimbabwe e sostenuto dalla Umc, che in 28 anni di attività ha portato alla laurea migliaia di giovani provenienti da 32 paesi africani, ragazze e ragazzi di ogni religione ed etnia, che con il titolo conseguito hanno portato il loro contributo come medici, agronomi, docenti, tecnici informatici e anche pastori (qui la sua storia).

Condannando i fatti accaduti negli Usa e il perdurare di un razzismo ancora troppo radicato, gli studenti lo hanno paragonato al tribalismo che secondo loro è diffuso nel continente africano. L’Associazione internazionale degli studenti dell’Au ha diffuso un documento, intitolato “Dichiarazione pubblica su razzismo e polizia violenta” (se ne parla in questo articolo di UMNews), denunciando dinamiche non diverse da quelle riscontrate negli Usa fra polizia e africani-americani. «Molti di noi hanno visto usare tattiche aggressive contro civili disarmati e sono stati testimoni della vittimizzazione che il tribalismo, come il razzismo, divampa quando un gruppo etnico agisce come superiore a un altro», scrivono i 32 studenti, inseriti in diversi percorsi di studio e provenienti da 11 paesi (Kenya, Nigeria, Burundi, Congo, Costa d’Avorio, Angola, Rwanda, Uganda, Tanzania, Zambia, Liberia).

Il presidente dell’associazione, Filibus Bakari Auta, studente di Teologia, cita l’esempio del suo paese, la Nigeria, in cui esistono 520 lingue e 300 gruppi tribali, ma quello che ha la maggioranza detiene il potere politico e dichiarando che tutti gli altri sono a esso soggetti, sta mettendo in atto una pulizia etnica, «attaccando villaggi e città, uccidendo e mutilando persone considerate di tribù minoritarie». Auta afferma che questo «è molto simile a quanto sta accadendo negli Usa, dove la popolazione bianca si vede superiore ai neri».

La disparità si osserva in vari aspetti della vita quotidiana, osserva una studentessa, che ricorda come spesso i datori di lavoro privilegino persone della propria tribù, e siano malvisti, e fonte di conflitto, matrimoni tra persone di tribù diverse. Al contrario, dice, ci si dovrebbe (come peraltro fa la African University) «focalizzare sul potenziale delle persone, piuttosto che sul loro background. Dobbiamo rendere consapevoli le persone delle conseguenze del tribalismo» ed emanare leggi eque sulla divisione delle risorse.

Ma c’è un’altra questione, che chiama in causa, ancora una volta, i bianchi. La spiega un altro studente di teologia tra i firmatari del documento, sottolineando che è il passato coloniale ad avere introdotto la pratica del dominio della maggioranza. Come africani, «dovremmo cominciare a sostenere la parità di diritti a partire dalle nostre famiglie, dagli asili alle università, perché le nostre tribù stanno facendo il lavaggio del cervello ai nostri bambini con l’idea di essere superiori ad altri».

Da un decennio la Umc sta lavorando a livello interreligioso, con le chiese locali, ma anche con comunità musulmane ed ecumeniche, sullo smantellamento di queste ideologie, riflettendo sul costo sociale del tribalismo, che si intreccia con questioni economiche (accesso alle risorse, proprietà delle terre) e sociali (accesso o esclusione all’istruzione, alle cure mediche, al lavoro) provocando instabilità e mancanza di sviluppo.

E in questo, anche gli studenti e le studentesse della Africa University stanno dando il loro importante contributo, sottolinea Lloyd Nyarota, ex allievo della Au e ora pastore in Canada,  ricordando che «i concetti africani di umanità, “Unhu” in Shona e “Ubuntu” in Zulu, ci insegnano che il tribalismo è un’idea arrivata dall’estero: non fa parte di ciò che noi siamo. Proprio come si impara il razzismo, anche il tribalismo viene insegnato alle persone».

 

Foto: Africa University, Wikimedia Commons, public domain.

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