Chiese del mansionario o chiese del desiderio?

Un contributo al dibattito sul futuro delle chiese tra annuncio, cura e ricerca di vocazioni, nell’ultimo fascicolo dei Quaderni della Diaconia che sarà presentato sabato 24 agosto in occasione di Frontiere diaconali. Ne parla il professor Enrico Benedetto

«Usando due categorie non necessariamente ecclesiologiche e teologiche, direi che oggi ci sono “chiese del desiderio” e “chiese del mansionario”». Parte da una provocazione il professor Enrico Benedetto, docente di Teologia pratica alla Facoltà valdese di Teologia, quando gli chiediamo una riflessione sullo stato delle chiese protestanti oggi, a partire dal suo contributo «Piste per la metamorfosi del ministero. Da pastori a cappellani della terza età?», presente nell’ultimo numero dei Quaderni della Diaconia.Il fascicolo sarà presentato il prossimo sabato 24 agosto in occasione di Frontiere diaconali, il consueto dibattito pre-sinodale organizzato dalla Commissione sinodale per la diaconia – Csd (vedi dettagli dell’appuntamento).

«Le chiese del mansionario privilegiano la gestione sulla visione, – spiega Benedetto– cercano (con difficoltà) persone che ricoprano i ruoli chiave, rischiando di farne dei tappabuchi. I doni, gli interessi, le passioni interessano relativamente, perché si tratta di assicurare un organigramma che permetta alla chiesa di durare e di perdurare. Soprattutto in ambito riformato, il tema della durata, dell’esistenza come resistenza e sopravvivenza (alle persecuzioni) è stato fondamentale. Questo valore le ha aiutate nei secoli passati, in un contesto di relativa stabilità demografica; ma oggi, in Italia e Europa, la chiesa stabile non esiste più: o declina, spesso in modo relativamente rapido, oppure cresce. Una chiesa che si ponga come obiettivo la stabilità sembra condannata, da circostanze interne ed esterne, a calare».

All’opposto, quella che Benedetto chiama “chiesa del desiderio” si può definire come una «“chiesa del benessere”, una “spa spirituale” di solito gratuita che nasce da una ricerca di energia e non dal dispensare la propria energia nel dovere; dal bisogno di condivisione, di fraternità, ma anche di entusiasmo, di “positive thinking”». Alla sua base, continua, non c’è un’antropologia tendenzialmente negativa come quella riformata, il suo biblicismo non è antagonistico, e si rivolge in genere a persone con un percorso culturale più marcato che in passato. «Sono chiese inclusive, che rinunciano alla polemica e al voler avere ragione, chiese che provano a raccogliere, implementare le energie con una predicazione diversa sia da quella carismatica o pentecostale, sia dal tipo biblico classico. Non sarà più un’attualizzazione (che in ambito valdese è spesso stata politico-sociale), ma una messa in situazione rispetto alla vita dei singoli, delle coppie e delle famiglie, in modo che non si creino due realtà, quella di cui si parla in chiesa la domenica e quella che si vive nel resto della settimana. Una visione olistica, che ricerca l’impatto non più in termini di “pentitevi, convertitevi”, ma di “vedete quant’è bello essere insieme, ci riconosciamo nell’amore che portiamo gli uni per gli altri”».

A quale dei due modelli si avvicinano di più le chiese protestanti italiane? Ognuno avrà la sua risposta; secondo Benedetto, seppur non prive di senso autocritico, sono deboli «nel passaggio all’atto: il cambiamento è fortemente inibito, viene il sospetto che in fondo ci vada bene così…».

Il quadro delineato è quello di chiese con un’elevata età media, in cui il ruolo dei giovani pastori (candidati o agli inizi del ministero) è assai mutato rispetto al passato. Lo scarto generazionale gioca un ruolo fondamentale: «Come direbbe Freud, è più facile avere relazioni con il nonno che con il padre… rompendo la configurazione classica pastore-comunità, il pastore tenderà a diventare un “adottato”, vedrà proiettate su di lui le nostalgie di giovinezza di molti; gli si chiederà una cappellania (occupati di me, accompagnami…), saranno molto apprezzate la gentilezza, il garbo…».

Questa situazione contiene però delle insidie: il rischio è che «il giovane pastore senta di aver fatto quello che gli è richiesto, e non si domandi che cosa può fare di più. In questo pastorato “endogeno” l’annuncio “guai a mese non annuncio l’Evangelo” diventa difficile da applicare. La cappellania rischia di diventare ipnotica, e l’anziano un “bene rifugio”…».

I candidati al ministero si trovano quindi in una situazione ambivalente, come il professore evince dal confronto con gli studenti: «Essere gli unici giovani in una chiesa di anziani li spaventa, ma nello stesso tempo essere legati a un gruppo di persone che non li contesteranno diventa gratificante».

Siamo di fronte a una situazione senza futuro? La conclusione di Benedetto è netta: «Solo se ammettiamo di essere disperati accetteremo di non essere disperanti. Una chiesa disperante è una chiesa disperata che non sa di esserlo, ed è molto peggio perché la rimozione della crisi impedisce l’uscita dalla crisi… Solo se saremo consapevoli di stare rischiando grosso (superando una sorta di “statalismo di chiesa”) potremo capire che cosa gettare in mare per non affondare».

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