Resistere alla disumanizzazione

Casal Bruciato, Torre Maura, gli slogan e i linguaggi dell'estrema destra: di fronte alle recrudescenze di fenomeni violenti non dobbiamo perdere la capacità di indignarci

Ogni volta che vivo la sensazione netta e spiazzante che il senso della comune umanità intorno a noi si stia disfacendo, torno d’istinto a prendere in mano due libri. Uno è l’opera di Raul Hilberg su “La distruzione degli ebrei d’Europa”[1]e l’altro è il “Diario”[2]di Etty Hillesum. Il primo descrive con la scientifica obiettività di fatti, date e circostanze cosa avvenne in Europa durante il nazismo e come fu possibile che un popolo civile come quello tedesco, si sia trasformato in una macchina perfetta per annientare uomini donne e bambini artificialmente accomunati da appartenenze etniche dichiarate sub-umane e nemiche di Stato. E il secondo – il Diario di Etty Hillesum – la testimonianza della più estrema resistenza alla disumanizzazione del sé che l’insegnamento dell’odio e la pratica violenta intendono generare nelle vittime.

Prendo questi libri, ne rileggo stralci e spero con tutte le mie forze, che il processo che porta uomini e donne a cancellare volti e storie di altri uomini e di altre donne possa ancora essere fermato. 

L’ultimo episodio è accaduto nel quartiere di Casal Bruciato a Roma quando una famiglia assegnataria di un alloggio popolare – i genitori fuggiti 20 anni fa dal macello bosniaco, i figli di nazionalità italiana – sono stati assediati da una folla decisa a “rendere la loro vita impossibile” nel nuovo alloggio. La folla, formata da residenti e da militanti di estrema destra ha insultato la famiglia al grido di: “Li vogliamo vedere tutti impiccati” o “Zoccola, ti stupro”, minaccia quest’ultima diretta alla madre mentre teneva in braccio la sua bimba più piccola. Il mese scorso un’analoga protesta a Torre Maura, sempre a Roma, che ha impedito il trasferimento in un centro di accoglienza di famiglie sfollate di etnia rom (come la famiglia aggredita a Casal Bruciato). Qualcuno ricorderà il gesto di calpestare il pane destinato alle famiglie rifiutate. E poi, altri due episodi: lo stupro di una donna da parte di tre giovani militanti di CasaPound e l’omicidio di un uomo con fragilità psichiche da parte di una baby gang a Manduria. Le violenze, esibite sui social, duravano da mesi.

Che sta succedendo? Assistiamo alla recrudescenza di un’ideologia che non è mai del tutto scomparsa dalla fine del secondo conflitto mondiale. Oggi gruppi di estrema destra esibiscono apertamente simboli fascisti come è successo a Milano qualche settimana fa. E fomentano una violenza xenofoba, razzista, machista e quindi sessista, facendo a gara per attribuirsene la paternità. Un rafforzamento dovuto alla sensazione di sentirsi appoggiati da pezzi delle istituzioni, responsabili essi stessi di slogan che calpestano diritti e umanità. Ma in più, c’è un processo di individuazione delle persone e dei gruppi più deboli aggrediti senza avvertire alcuna empatia, alcuna pietà. 

A Casal Bruciato molti residenti hanno esposto il tricolore ai balconi rivendicando la supremazia nazionale proprio come in guerra. Siamo italiani = siamo contro lo straniero invasore. Anche gli ebrei in Germania erano considerati stranieri pur essendo tedeschi, un’estraneità creata dalla propaganda. Oggi la propaganda corre sul web e attecchisce in fretta. Nel mirino, gli stranieri poveri, i rom, i deboli di mente, gli omosessuali, le donne.

Sfoglio il volume di Hilberg e trovo che la macchina di distruzione ebbe degli antefatti nel programma in 25 punti del partito nazional socialista del febbraio 1920. Quattro di essi erano in sintesi: 1) può essere cittadino solo un fratello di razza di sangue tedesco. Nessun ebreo può essere un fratello di razza; 2) chi non è cittadino non può vivere in Germania se non come ospite e deve essere sottomesso alle leggi sugli stranieri; 3) il diritto di decidere del Governo e delle Leggi può appartenere soltanto ai cittadini; 4) ogni nuovo ingresso ai non-Tedeschi deve essere vietato. 

Rabbrividisco.

Poso Hilberg e prendo il Diario di Hillesum. Trovo un brano datato 20 giugno 1942[3]:

«Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni persona si sarà liberata dall’odio verso il suo prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto di eternità che ci portiamo dentro può essere espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, lo lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra».

Rifletto. 

Non solo le vittime della barbarie neofascista devono resistere alla disumanizzazione voluta dai cinici seminatori di paura ma anche noi, garantiti dai nostri passaporti. E l’indignazione deve avere un duplice obiettivo: difendere gli offesi e guardare negli occhi gli offensori per cercarvi ancora l’umanità perduta.

 

[1]La Distruzione degli ebrei d’Europa, Einaudi 1995.

[2]Diario 1941-1942, Adelphi Edizioni, 2000.

[3]Ibid. p. 638

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