Le pietre d'inciampo della nostra democrazia

Mentre il Decreto Sicurezza mina le libertà civili, due mostre aiutano a comprendere le derive di una società divisiva e non inclusiva

 

Mentre scrivo queste note, il cosiddetto decreto Salvini sulla sicurezza è diventato legge. Quello che dovrebbe secondo i promotori aumentare il senso di sicurezza e di protezione degli italiani (che vengono “prima”, secondo il motto sovranista e populista) è in realtà un problema molto serio che solo apparentemente riguarda esclusivamente l’accoglienza degli stranieri, molto più concretamente diventa una sorta di “pietra d’inciampo” per la nostra democrazia costituzionale, per le libertà civili, per il senso di cittadinanza e per il tessuto sociale delle nostre comunità e territori in quanto rende più precario  e fragile il patto di civile convivenza che il sistema di accoglienza e di protezione aveva introdotto, sulla base dell’esperienza degli anni Novanta. Anni di sperimentazione interculturale in diversi settori della società (dalla scuola, al lavoro, alla sanità), con tante difficoltà e errori commessi ma anche con tanta voglia di imparare e mettere in pratica le risorse per facilitare i processi di inserimento, consapevoli che solo con la prevenzione del disagio e dell’esclusione si possa costruire la società multiculturale e la pacifica convivenza tra diversi (per cultura, fede, provenienza ecc.).

Oggi che la crisi economica aggredisce ancora ampie fasce di popolazione e che gli stranieri sono aumentati non sarebbe il caso di rafforzare questi programmi, invece di demolirli?

L’esperienza di quegli anni insegna che smantellare, come si propone il decreto sicurezza, quella promessa di integrazione sociale e culturale significa arretrare sul piano dei diritti umani e delle libertà civili per tutti. Quel percorso  di inclusione, gestito anche dai comuni, consentiva di aumentare le possibilità di partecipazione. Tutto questo potrà invece diventare un nuovo calvario per molti. Invece di investire in cultura e formazione - nei diversi campi - si tolgono nuovamente risorse o le si spostano secondo una logica securitaria che i progetti educativi volevano contrastare proprio per dimostrare che la convivenza interculturale e interreligiosa è possibile, seguendo alcune regole, e che anzi migliora la qualità della vita sociale, rendendola più colorata, dialogica e amica delle differenze.

Il riferimento alle “pietre d’inciampo” non è casuale. In questa seconda parte dell’anno, numerose sono state le occasioni per fare memoria della pagina più vergognosa della nostra storia recente, ovvero le leggi razziali del 1938 che furono promulgate senza che vi fossero voci contrarie nell’opinione pubblica. Esse si basavano su distinzioni che a tutti sembravano legittime, quelle cioè fondate sulla “razza”, termine odioso che non migliora se a sostituirlo utilizziamo parole come etnia o cultura. Il punto cioè è che la categoria etnica viene creata dalla legislazione d’emergenza che la rende possibile in quanto funzionale alla individuazione di un nemico contro cui scagliarsi, per mantenere o aumentare la coesione del gruppo: il classico capro espiatorio.

A questo tema sono dedicati workshop, dibattiti, rassegne cinematografiche, performance teatrali, incontri, esposizioni, attività educative, laboratori didattici, percorsi tematici a Torino. In particolare, due esposizioni. Scienza e vergogna” (aperta fino al 28 febbraio 2019 al Palazzo del Rettorato dell’Università di Torino), è una mostra che racconta responsabilità e ambiguità nel rapporto dell’università con le politiche razziali della dittatura fascista, mettendo in luce i numerosissimi decreti legislativi che precedettero le leggi razziali in un breve lasso di tempo. Che razza di storia” (aperta fino al 3 febbraio 2019 al Polo del ‘900) è un’installazione multimediale che permette un approfondimento di ciò che furono le leggi razziali in Italia.

Visitare queste mostre e parlarne con i propri familiari, amici e colleghi è un modo responsabile per interrogarsi sulle derive che una società democratica può prendere quando si crea divisione invece di inclusione: un monito per il nostro futuro. 

Foto tratta dal profilo twitter del Quirinale, relativa alla recente visita alla mostra del presidente Sergio Mattarella al Polo del '900

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