Alle radici della migrazione

Amitav Ghosh, il più importante scrittore indiano della sua generazione, ha ripercorso le storie di chi arriva in Italia, tra cambiamento climatico, politico e tecnologico

Da anni, sul tema delle migrazioni si scrivono ogni giorno articoli, saggi, riflessioni di vario genere, molto spesso centrate sulla parte finale del viaggio o sulla sua conclusione, ma molto più raramente sulle cause della migrazione. Niente di male: si tratta del tratto di viaggio più vicino, geograficamente e culturalmente, all’Europa e naturalmente all’Italia. Spesso, tuttavia, il tema viene affrontato con una netta polarizzazione tra l’approccio umanitario e quello securitario, alimentando una contrapposizione che tende a creare tifoserie, più che a stimolare riflessioni.

Sono però sempre di più gli studiosi, i diplomatici e i giornalisti che si interrogano sulle cause delle migrazioni, cercando di andare oltre alle cause più evidenti, dalla povertà di alcune aree ai conflitti di altre.

L’antropologo Amitav Ghosh, considerato il più importante scrittore indiano della sua generazione, in passato docente alla Columbia University di New York, si occupa da anni di migrazioni, e racconta di essere rimasto colpito da un aspetto particolare della recente crisi migratoria verso l’Europa. «Seguendo la loro rotta – spiega – mi sono reso conto che non tutti i rifugiati asiatici erano afghani, siriani, iracheni o altri sradicati dalla guerra». Tra le foto che Ghosh mostra quando racconta queste storie, si vedono moltissime persone provenienti dal sudest asiatico e che si ritrovano sulle coste libiche o nei centri di accoglienza italiani. Molti di loro provengono dal Bangladesh e rappresentano uno dei flussi migratori più significativi per l’Italia. «Avevo appena scritto La grande cecità – racconta – ed è stato inevitabile chiedermi se l’esodo dal sudest asiatico fosse legato al cambiamento climatico. Il golfo del Bengala in effetti sembra estremamente delicato».

Sarebbe facile pensare che il principale motivo di fuga dal Bangladesh sia la crisi economica, ma questo non è più un Paese in crisi: «ci sono molti problemi politici, ma l’economia non è in difficoltà e il suo tasso di crescita ha superato l’India. Cresce molto velocemente, così velocemente che un importante economista ne parla come di una storia di successo asiatica. Quindi è il cambiamento climatico? Perché altrimenti tanti giovani uomini intraprendono viaggi così pericolosi?». Intervistando i migranti nelle loro lingue native (oltre all’inglese Ghosh parla bengali, hindi e arabo egiziano) e incontrando gli operatori che lavorano con loro in Italia, Ghosh ha provato a ricostruire quelle che riteneva tipiche storie di migrazione per motivi climatici. Eppure, tra le persone incontrate dallo scrittore, nessuno si ritiene realmente un rifugiato del clima, ma ognuno porta con sé motivazioni che incrociano i fattori ambientali alle costrizioni economiche e politiche. C’è però un fattore, molto meno visibile, che Ghosh ha scoperto essere decisivo: l’esempio, il desiderio di emulare vicini e parenti che hanno vissuto un percorso migratorio. Questo è particolarmente vero se si torna all’esempio del Bangladesh: durante il periodo coloniale britannico, il commercio marittimo aveva portato moltissimi marinai bengalesi a stabilirsi nel Regno Unito; grazie alle rimesse verso le famiglie, questi migranti dei secoli scorsi divennero dei modelli da seguire. Oggi, lo stesso impulso mimetico sembra essere veicolato dalle nuove tecnologie. «I nostri telefoni cellulari e le connessioni a Internet sempre più diffuse – racconta Ghosh – stanno dando forma al percorso delle migrazioni. Ogni aspetto dell’intero processo migratorio dipende da queste tecnologie: dalle mappe che permettono di capire dove andare ai sistemi di pagamento usati per dare i propri soldi ai trafficanti. Il telefono cellulare serve per ottenere informazioni e compiere azioni fondamentali a ogni tappa della migrazione.

C’è un altro paradosso: l’onnipresenza di queste tecnologie è identificata in modo esplicito e la ragione è che il cellulare è diventato parte del nostro inconscio tecnologico. Integrato nei nostri processi cognitivi, oggi però lo diamo per scontato come elettricità o automobili. È diventato invisibile anche se contemporaneamente continua a crescere la circolazione di immagini, video, messaggi. La globalizzazione, questa sorta di intensa circolazione di immagini, la continua accelerazione nella circolazione dei modi di produzione: tutto questo sta avendo l’effetto di creare grandi spostamenti di persone».

In effetti, i social media fondano parte del loro successo proprio sul principio mimetico, ma portato su un livello nuovo rispetto al passato: nessuno oggi è escluso da certi desideri. Gli smartphone hanno enormemente accelerato la circolazione delle immagini e hanno amplificato la portata dell’industria pubblicitaria, che si estende attraverso il pianeta e canalizza gli stessi desideri in tutto il mondo, fortemente centrati sulle merci e sulle “esperienze” a esse legate.

Ma qui il cambiamento climatico ritorna in primo piano: «prendiamo l’esempio di Athik, un ragazzo che vive in un villaggio bengalese e che passa la maggior parte del suo tempo a lavorare nelle risaie del padre, spesso in un caldo tremendo e con l’acqua fino al ginocchio. I cambiamenti climatici stanno accelerando l’invivibilità di quelle campagne, mentre con lo smartphone che carica con un pannello solare è in contatto con i parenti, che mandano foto da belle città straniere. Ecco, com’è iniziato lo sradicamento del ragazzo? È iniziato con il cambiamento climatico o con le immagini viste su quel piccolo schermo?». Molte tra le persone arrivate in Europa dalla Libia condividono esperienze simili: venduti da un trafficante a un altro, privati di cibo e acqua, rapinati più volte, minacciati e torturati. Sono storie che sembrano lontane da noi tanto nello spazio quanto nel tempo, ma molte delle persone che le hanno vissute oggi possono raccontarle perché hanno avuto uno strumento con cui non perdersi, con cui mantenere alcuni legami e con cui poter testimoniare ciò che si è vissuto. «Non stupisce – afferma Amitav Ghosh – che gli smartphone sia diventati icona della migrazione come i fagotti erano in epoche precedenti».

Al “tempo dei fagotti”, o ancora prima al tempo della migrazione di massa forzata che chiamiamo schiavismo, quella che Shail Jha, dell’Associazione Frantz Fanon definisce «il più grande esperimento di ingegneria sociale nella storia», la disponibilità di informazioni sul processo migratorio erano completamente sbilanciate a favore degli Stati o degli schiavisti: i lavoratori non avevano nessuna idea di dove stavano andando, mentre gli Stati sapevano tutto di loro. Oggi, invece, il controllo delle informazioni è completamente ribaltato: una persona che migra sa dove sta andando e perché, mentre gli Stati non sanno praticamente nulla, al punto da reagire alzando muri per fermare un processo che non sanno controllare. A questo è chiaro un fraintendimento: i telefoni e la tecnologia informatica non sono semplici accessori nel contesto di questi viaggi, ma al contrario giocano un ruolo fondamentale, e le critiche di chi parla di “migranti con lo smartphone” sembrano non cogliere la questione.

Eppure, qualcosa non torna: se le persone migranti hanno un tale vantaggio informativo, perché non riescono a ottenere un’impressione più realistica del tipo di vita che li attende? Per Ghosh questa è una questione cruciale: «le informazioni fornite dal web e dai social media hanno spesso l’effetto di rafforzare i nostri pregiudizi e aspettative. Sospetto che sia quello che è successo a molti migranti: ciò che hanno visto dell’Europa nella loro porzione di rete è stato modellato da aspettative e feedback provenienti dai social network. Una volta arrivati in Europa, scoprono che il loro sogno della vita non li rende più soddisfatti in Italia che nei Paesi che hanno lasciato. Tanti giovani uomini rischiano la loro vita per qualcosa che è poco più di una fantasia. Ricordo sempre – conclude Amitav Ghosh – che cosa mi ha detto un giovane migrante in Italia: “sarebbe davvero facile fermare immediatamente tutti i flussi migratori”. Gli ho chiesto in che modo, e lui mi ha detto “è semplice, basterebbe cancellare l’industria della pubblicità, funzionerebbe all’istante”».

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