Responsabili della nostra libertà

Dal 5 marzo bisognerà rimetter mano alla diffusione della cultura politica nel nostro Paese

Il 5 marzo avremo alle spalle una campagna elettorale molto gridata, polemica, emotiva e attenderemo gli esiti di un voto che potrebbe non essere in grado di delineare un chiaro scenario di governo. Forse, in questo clima, non è ozioso riflettere su alcune questioni formali che troppo spesso vengono dimenticate o per le quali sembra non ci sia grande sensibilità.

Il 5 marzo eleggeremo deputati e senatori. A loro toccherà, nel sistema di bicameralismo che vige nel nostro ordinamento, l’attività legislativa e l’individuazione di una maggioranza di governo. La nostra Costituzione, piaccia o meno, non prevede l’elezione diretta del Governo e tanto meno del Presidente del Consiglio dei ministri.  Molta propaganda elettorale, in questi giorni, lascia credere diversamente, ma in realtà non ci possono essere governi eletti dal popolo, bensì soltanto governi che nascono in Parlamento, a partire da un incarico conferito dal Presidente della Repubblica. Siccome non siamo una Repubblica presidenziale, anche il Capo dello Stato è eletto dal Parlamento in seduta comune e dai rappresentanti delle Regioni. Il diritto che ogni cittadino ha, e il dovere ad esso collegato, è quello di eleggere un Parlamento. Non altro.

La nostra Costituzione stabilisce poi che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67). Molti oggi vedono in questo rigetto del vincolo di mandato lo strumento che parlamentari senza scrupoli e senza ideali possono usare per non decadere dalla cosiddetta ‘casta’ in cui sono riusciti a entrare. Bisogna ricordare e spiegare come esso sia stato inteso a dare spazio alla responsabilità nell’esercizio della politica, liberando i rappresentanti dei cittadini elettori da condizionamenti che potrebbero limitarne le scelte.

L’assenza di vincolo di mandato è una cosa che noi metodisti e valdesi, a partire dall’esperienza sinodale, dovremmo comprendere e apprezzare. Il deputato - al parlamento della Repubblica come al sinodo - non è un delegato, ma un uomo o una donna a cui si affida il mandato di operare in nome nostro scelte responsabili, di cui poi renderà conto. E’ una parte che lo ha eletto, ma in Parlamento rappresenta la Nazione. Lì, col nostro voto, lo/la deputiamo a prendere iniziative, a combattere battaglie, ad accettare se necessario mediazioni, con la convinzione che i parlamenti siano la sede più alta della dialettica politica e della sua composizione, nell’interesse di tutti.

Si dirà che spesso i nostri eletti non danno l’impressione di concepire il parlamento come un tempio della democrazia. Si diffonde una avversione ai partiti, la parola “onestà” sembra diventata una qualifica politica. Ma l’onestà è solo il requisito minimo per ogni cittadino, e non basta essere onesti per essere buoni politici. Come non basta essere onesti per fare il commercialista o il bancario o l’avvocato o il giudice o il professore o il meccanico, anche per la politica c’è bisogno di formazione, di cultura e di selezione dei quadri. E se provassimo a pensare che la politica non è l’approdo di chi non sa lavorare, ma una difficile e necessaria professione, che non si improvvisa, che è un bene prezioso quando essa è svolta con responsabilità?

La forma di individuazione della classe politica che la nostra Costituzione recepiva era quella dei partiti: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” (art. 49) Ai partiti si aderiva con una scelta personale, ma ci si associava ad altri, e con loro si discuteva. I partiti avevano una struttura assembleare, a livello locale, regionale, nazionale, che costituiva la trafila tramite la quale si definiva una linea comune, e si individuavano le persone che potevano/dovevano rappresentarla e attuarla: anche questa una cosa che a noi è più vicina e più chiara che ad altri. Tutto questo sembra relegato al passato, ma il problema rimane. Si può arrivare a leggi giuste e al governo di un paese appellandosi soltanto al gradimento (il “mi piace” dei social, ad esempio), dunque a registrare gli umori di individui esentati dalla discussione, dall’approfondimento dei problemi, dall’articolazione di un discorso che si deve confrontare con un altro, diverso?

Sembro un grillo parlante. Ma tant’è, vado fino in fondo. Tutto ciò che ho provato a dire - la deputazione, il Parlamento come tempio della dialettica politica, le scelte responsabili e libere, “di parte” ma con l’animo all’interesse della Nazione, una democrazia che si articoli come intreccio anche conflittuale, ma pubblico, di discorsi che fanno i conti con le obiezioni che ad essi vengono mossi -  presuppone che chi vota si concepisca come cittadino, portatore di diritti ma anche di doveri, libero, ma anche responsabile della sua e altrui libertà. E’ rispetto a questa “postura” che l’Italia ha maggiori problemi rispetto ad altre nazioni. Il tramonto delle due culture politiche di massa portatrici di “valori”, quella democristiana e quella comunista, non ha rilanciato il protagonismo della cittadinanza consapevole e impegnata. Spero che dalla urne esca un risultato in grado di assicurare un governo al Paese. Poi bisognerà rimetter mano alla diffusione della cultura politica.

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