Il quarto d’ora di celebrità l’aveva raggiunto lo scorso anno con una legge che consentiva ai proprietari di attività commerciali di agire secondo i propri principi religiosi anche all’interno dell’ambito lavorativo, dando loro libertà ad esempio, di non servire le persone gay e lesbiche se i loro atteggiamenti disturbavano o confliggevano con il credo religioso dell’esercente. Dopo le pernacchie di tutta l’America, e il rischio concreto di boicottaggio da parte di colossi quali Apple, General Electric e via dicendo, pronti a fare le valigie se la norma non fosse stata ritirata dalla legislazione dello stato dell’Indiana, arrivò la retromarcia.

Ben altri riflettori illumineranno i prossimi 4 anni di Mike Pence, 57enne, già governatore dell’Indiana, e ora vice del neo presidente eletto alla Casa Bianca Donald Trump, il magnate che ha voluto al suo fianco un leader politico di quel midwest in crisi economica e di identità dopo il tramonto dell’era siderurgica e il ridimensionamento delle grandi aziende automobilistiche e di componentistica ad essa legata. E gli stati dei grandi laghi, con eccezione di Illinois e Minnesota hanno premiato questa scelta.

«Cristiano, conservatore e repubblicano, in questo ordine», così ama definirsi Pence, figlio di cattolici irlandesi immigrati, chierichetto in giovane età e alunno della scuola parrocchiale di Columbus, prima della scoperta del mondo evangelical negli anni ‘90 del secolo scorso. Da allora è membro con la famiglia della “Grace evangelical church” di Indianapolis, una chiesa libera, fra il pentecostale e il carismatico, cui ha appagato i desiderata una volta eletto governatore, approvando una norma che rendeva assai restrittive le possibilità per una donna di ricorrere ad un’interruzione di gravidanza, legge anch’essa bloccata da un tribunale federale dopo proteste in moltissime piazze. Si è battuto contro il finanziamento statale agli studi sugli embrioni e contro il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Ha litigato con l’arcidiocesi di Indianapolis quando quest’ultima ha scelto di accogliere nei propri locali un pugno di siriani in fuga dalle guerre, ma allo stesso tempo, era lo scorso dicembre, prima di venir scelto come vicepresidente, aveva criticato apertamente la posizione di Trump volta a impedire l’accesso negli Stati Uniti a ogni musulmano, definendo l’iniziativa offensiva e anticostituzionale, sebbene sia totalmente favorevole a controlli alle frontiere assai più serrati, soprattutto sul lato messicano. Considerato contiguo al movimento dei Tea Party, l’ala più a destra del partito repubblicano, cultore del rifiuto di qualsiasi intervento statale nella vita dei cittadini, ha però votato a sorpresa per l’ObamaCare, salvo poi criticarlo in campagna elettorale, dove ogni insulto e bassezza è concessa, per lo meno a guardare da osservatori esterni i toni utilizzati in questa tornata. Pence è stato un sostenitore della prima ora di Ted Cruz, salvo poi cambiare carro in corsa scommettendo sul cavallo vincente.

Pence è un uomo dell’establishment insomma, una cerniera fra Trump e il mondo politico che il magnate dice di voler mettere in un angolo, ma della cui esperienza e della rete di relazioni ha comunque bisogno. Ed ecco che il governatore dell’Indiana, con il tono calmo del buon padre di famiglia e gli agganci giusti in Campidoglio, può fungere proprio da raccordo fra parti del partito che oggi nemmeno si parlano. Forse mai come in questi anni un vice potrebe ritagliarsi un tale ruolo di primissimo piano, dato che per la prima volta non è stato eletto alla Casa Bianca un politico, ma un rappresentante della società civile. L’unica eccezione fu il generale Eisenhower, che però di stanze dei bottoni ne frequentava tantissime da anni. Trump per governare avrà bisogno di molto aiuto, e la scelta dei suoi consiglieri può indirizzare fortemente le strategie di questi anni. Per ora c’è poco da stare sereni.

Immagine: By Gage Skidmore, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38720289

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