Intrecci creativi fra Riforma e modernità

Nel libro di Sergio Turtulici arte, letteratura, teologia e mondo del lavoro

Per una volta possiamo derogare dalla consuetudine protestante di dire aut aut e possiamo dire et et. Lo diciamo seguendo i ragionamenti di Sergio Turtulici nel suo libro appena uscito, che segue a pochi mesi di distanza il precedente Dioniso e Apollo – Emozione e ragione nell’arte del Novecento.

Due considerazioni quindi si impongono prima di entrare nello sviluppo del testo. La prima è che Il libro e il web. 500 anni dalla Riforma protestante, appunto, testimonia fin da subito una scelta di campo. Non si vogliono mettere in alternativa i secoli passati con la contemporaneità: et et. Non c’è opposizione, ma caso mai una linea continua che, assecondando lo sviluppo della cultura, accetta di stare nella contemporaneità, dal momento che rispondere alla vocazione significa non fuggire dal mondo.

La seconda considerazione intreccia questo lavoro, con quello precedente. Perché il percorso dell’autore lungo questi 500 anni non è esclusivamente storico, sebbene vi si vede una traccia cronologica, e molti rimandi a storici autorevolissimi, da Furet a Hobsbawm, da Croce a Le Goff e Pirenne fino all’ultimo lavoro di Aldo Schiavone; non è esclusivamente teologico, eppure si respira tanta teologia, buona teologia. E poi c’è il ruolo importante dell’arte. Anche le arti visive, dall’epoca della Controriforma e del barocco alle predilette avanguardie novecentesche vanno a fare intreccio, cioè, con il pensiero e la prassi protestante, ben spalleggiate in questa operazione dai rimandi fortissimi ed efficaci, alla titanica parola letteraria di Shakespeare, altro prediletto dell’autore.

Uno dei pregi di questo libro è che un po’ è lineare lungo l’asse del tempo, ma un po’ si muove per illuminazioni improvvise, abbandona lo sviluppo consequenziale, per andare ad abbordare altri lidi. Con ciò ci fa scoprire che i legami della nascente società e cultura moderna con il protestantesimo sbucano, appunto, dove non ce li si aspetterebbe; non solo dalla teologia, e neanche dal troppo facile (ma non sbagliato) accostamento tra etica protestante e spirito del capitalismo.

Accade così che, con il tramite dell’anglista più importante attualmente nel nostro Paese (Nadia Fusini), vediamo Lutero accostare Amleto: «Con Lutero – scrive Fusini citata da Turtulici – Amleto tende a pensare la vita come teatro, secondo una intonazione che troviamo in certi scritti del monaco tedesco, dove tutto il mondo è sentito come una rappresentazione che Dio, da grande regista, ha voluto»; con curiosità predatoria l’autore scandaglia la materia che l’avvince, i legami della Riforma protestante con tutto ciò che è stato ed è tuttora moderno (a dispetto dei cultori estasiati del post-moderno), e lo fa con una bibliografia composita.

Che cosa, in fondo, caratterizza questa età, così diversa da quella che Lutero ha chiuso, cioè quella medievale? Il dubbio, la facoltà di poter verificare di persona e di passare al vaglio della coscienza personale le materie di cui trattiamo: a partire dai testi originali della Bibbia in lingua volgare: «una divagazione sul dubbio, sullo scetticismo critico creativo che si libera e si afferma in Europa a seguito della Riforma protestante...», dichiara l’autore. D’altro canto è molto bello che, proprio celebrando un evento che muove dal monaco agostiniano, il libro renda omaggio alla ricchezza prodotta dall’età precedente, «tutt’altro che l’età dei secoli bui»: la nascita delle città, le meraviglie dell’architettura gotica e lo sviluppo delle grandi Università (Parigi, Oxford, Cambridge, Bologna, Salamanca...) stanno lì a testimoniare dell’inventiva e della determinazione di quelle civiltà.

D’ora in poi cultura e imprenditoria, teologia e fervore economico fanno tutt’uno, dando luogo anche a capolavori della costruzione del pensiero: leggere le pagine dedicate a Daniel Defoe e al suo capolavoro datato 1719: «il marinaio Robinson Crusoe, naufrago per 27 anni in un’isola deserta è l’individuo di fede e di mente protestante che con la sua Bibbia, la ragione cartesiana – lui non lo sa ma la ragione, il cogito cartesiano sono nello spirito dell’epoca – e, misurando perdite e profitti con la partita doppia, avendo accomodato il suo ethos, nei valori privati e collettivi, con la gloria imperiale dei vincitori anglosassoni mette su dal nulla la sua azienda individuale, la sua fortuna privata». Sono osservazioni in parte basate sugli studi di Mario Miegge, fa piacere ricordarlo.

Lungo questo percorso affascinante, ci sono anche dei rischi: sono quelli della modernità, e ora della tarda modernità: succederà «alla Scrittura, l’essenza della Parola di Dio ora [dopo la Riforma] senza catene, largamente divulgata, un po’ quel che nell’800 succederà alle opere dell’arte visiva. La riproduzione tecnica allargata a più messi, il fatto che ora la si potesse leggere nelle lingue vernacole (...), portare in casa, mettere in discussione, passare al vaglio delle interpretazioni critiche, fece perdere al Libro quella che il filosofo e saggista del Novecento Walter Benjamin ha chiamato, per le opere dell’arte, “aura del sacro”, l’unicità, l'autorità di un tempo».

Il percorso non è finito, ma ci trascina in un’accelerazione continua, sempre più sorretta dalle tecnologie e dai modi di vita: così Leonardo da Vinci può risultare emblematico per aprire il discorso alla psicoanalisi e agli abissi dell’anima, Kant e Marx vengono affiancati a Edgar Alla Poe e Coleridge; gli atteggiamenti della Chiesa nei confronti della scienza (Galileo) e la modernità di Caravaggio preparano l’affaccio alla frana: il romanzo dell’800 spalanca la porta sugli inferi del male (Dostoevskij letto da Pietro Citati, su tutti), poi viene l’operaismo rimpianto (quello che faceva leva sulla dignità del lavoro e sul senso di appartenenza, ormai alieno dall’attuale politica). Cadono certezze, nascono paradossi, e con Giorgio Tourn possiamo convenire che «L’avanzare della modernità negli ultimi tre secoli ha posto fine alla società europea che abbiamo definito cristianità»: alcune chiese ne danno colpa proprio al protestantesimo storico, che Turtulici continua a interrogare, facendosene intrigare. C’è tutto il 2017 per provare a rispondere come si conviene.

* S. Turtulici, Il libro e il web. 500 anni dalla Riforma protestante. Perosa Argentina (To), LAR Editore, 2016, pp. 142, euro 14,00.

Foto: By William Blake - internet, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=27541163

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